lunedì 14 novembre 2011

Anonymous

Anno: 2011
Regia: Roland Emmerich

Per iniziare con una battuta si potrebbe dire che guardando la carriera cinematografica di Roland Emmerich sembra di leggere il palinsesto di una stagione di Voyager (Rai Due), il programma televisivo condotto dal mitico Roberto Giacobbo e che parla di misteri, cospirazioni, teorie di complotto, ufo, fine del mondo, e ancora misteri… insomma tutte cose senza la benché minima traccia di prova. Più che altro si chiacchiera. Ed è la stessa cosa che fa Emmerich in "Anonymous" – chiacchiera - proponendo il mistero "misteriosevole" (per dirla come un altro conduttore televisivo) secondo cui Shakespeare non sia mai esistito. Niente "Romeo e Giulietta" – Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l'oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell'astro, e spengi la invidiosa luna, che già langue pallida di dolore, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te -; niente "Amleto" - Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli -; e neppure "Sogno di una notte di mezza estate" - Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Insomma niente di niente. I motivi? Molti.Tra gli altri: sensazionalismo, noia, ma anche arroganza e voglia di indagare nel torbido. Più che altro lo share, in televisione come al cinema.

Il film comincia ai giorni nostri, a Manhattan. All’interno di un teatro uno storico ci introduce nella questione: "Shakespeare, un impostore?". Carrellata in avanti e lo spettatore viene trasportato alla fine del XVII secolo. Il Conte Edward De Vere aspira a cambiare il mondo con le sue parole. I tempi in cui vive sono terribili (epidemie, guerre, soprusi, povertà) e il suo Paese, guidato da Elisabetta I è in bilico anche a causa delle ribellioni Essex. Insomma, una storia assai complessa in cui si staglia anche la figura di Shakespeare: la leggenda vuole che sia stata una vendetta della stessa regina Elisabetta...

Esaurito (per ora) il discorso catastrofi e fine del mondo, Roland Emmerich si tuffa ad angelo nella piscina delle ipotesi di complotto. Il regista veste i panni di storico e con piglio appassionato cerca di convincerci che no, Shakespeare in realtà non è mai esistito e la sua non è altro che una storia di passione e vendetta. Sarà...

Il film si fregia di un buon cast formato da ottimi interpreti inglesi (su tutti brilla Vanessa Redgrave), e di una ricostruzione storica, per quel che concerne le ambientazioni, di notevole impatto visivo. L’Inghilterra elisabettiana è descritta in modo convincente nell’incontro di luci e ombre, nebbie e albe. Il resto però è modesto e tutto sommato pretestuoso, per non dire arrogante. Il dibattito storico di cui fa accenno Emmerich all’inizio del film è in realtà assai più complesso di come la vuole raccontare. Un centinaio le teorie a riguardo del problema sulle paternità delle opere di Shakespeare, e difficilmente si troverà una soluzione univoca. Emmerich allora pecca anche di presunzione, volendo trattare un problema attraverso un solo punto di vista e nascondendo tutto il resto. Un po’ esercizio di stile, un po’ articolo sensazionalistico.

Insomma, alla fine della proiezione di "Anonymous" ci si chiede realmente cosa voglia dirci uno che racconta che la prima volta che assistette alla recita di "Sogno di una notte di mezza estate" non capì una parola. E’ proprio vero: c’è chi scrive per appassionare e travolgere, e chi per stravolgere e annoiare. A prescindere da nomi veri o presunti.

Diego Altobelli (11/2011)

mercoledì 9 novembre 2011

Warrior

Anno: 2011
Regia: Gavin O'Connor
Distribuzione: M2 Distribution

Lo stesso regista di Pride and Glory (presentato al cinema di Roma nel 2008), torna al cinema per tentare di rinnovare un genere: quello dei cosiddetti fighting movie. Botte da orbi come di consueto? Non solo. L’idea del film è nel contrapporre due storie lacrimevoli sullo stesso ring. Casi umani si incontrano, manca solo la nomination.

Due fratelli, i Conlon, che non si parlano da anni, sono tra i sedici migliori lottatori al mondo nella Lotta Grecoromana. All’angolo rosso, disperato con famiglia a carico e senza soldi; in quello blu, altro disperato, ex marine di ritorno dall’Iraq, semi alcolizzato e rissaiolo. Si giocano tutto sul ring. Arbitra Nick Nolte? No, lui fa l’allenatore...

Gavin O’Connor fa incontrare in un unico film le tematiche a lui care. La famiglia (come in Pride and Glory), e lo sport (come in Miracle). Quello che riesce a fare O’Connor inaspettatamente è riuscire a rendere entrambe le trame principali importanti allo stesso modo. Di più, con dei guizzi di regia che spaziano da i vari Rocky a Million Dollar Baby, fino ad arrivare a Lassù qualcuno mi ama, il regista trova l’audacia per descrivere anche le singole (difficilissime) scelte dei protagonisti durante l’incontro sul ring. Telecamera a mano, il regista si dimostra un vero e proprio asso.

In modo interessante, Warrior muove i corpi e li rende protagonisti in un dramma americano di stampo classico. Il sogno americano è quello della seconda opportunità. Avveniva anche nel recente The fighter. Qui però si piange di più grazie alla rabbia, la potenza, e la frustrazione espressa dagli attori. Si va al tappeto, ma ci si rialza più forti.

Diego Altobelli (11/2011)

One day

Anno: 2011
Regia: Lone Scherfig
Distribuzione: Bim

Si è ispirato al giorno di San Swithin - che cade il 15 luglio - lo scrittore David Nicholls per il romanzo best sellers “Un giorno” (edito in Italia da Neri Pozza). La leggenda vuole che se di 15 luglio pioverà, cadranno acquazzoni per i quaranta giorni successivi, se al contrario splenderà il sole, il cielo sarà sereno. A firmarne l’omonimo adattamento cinematografico è il regista Lone Scherfig, già autore del convincente e sensibile “An education”, questa volta un po’ limitato dalla sceneggiatura dello stesso Nicholls. Film interessante e romantico, vagamente ingenuo, più che altro caratterizzato da diversi punti deboli.

Emma è una ragazza carina, ma parecchio imbranata. Dexter è un giovane attraente e ambizioso. Si laureano lo stesso giorno, il 15 luglio del 1988; un po’ brilli passano la notte insieme, ma si perdono di vista la mattina successiva. La loro amicizia è destinata a durare quasi venti anni, incontrandosi un solo giorno all’anno…

Cinema e letteratura. Portando un esempio tutto italiano si potrebbe citare “Come Dio comanda”, di Salvatores su sceneggiatura di Ammaniti. Anche lì, malgrado a curare lo script ci fosse lo stesso autore del libro, il film ne uscì fiacco. La stessa cosa avviene con “One day”. L’autore Nicholls non riesce a valorizzare sullo schermo la storia utopica – ma proprio per questo romanticissima – dell’amore tra due amici. Nel film di Lone Scherfig tutto scorre via troppo facilmente come se il rapporto descritto fosse dato per scontato. Manca l’approfondimento, mancano le motivazioni, insomma manca il tempo. E il tempo, al cinema, è tutto. In questo caso anche di più, perché la pellicola, come fosse un calendario, “sfoglia” ogni scena. La vacanza insieme; l’incontro con i rispettivi fidanzati; i primi impieghi; la morte dei genitori; il matrimonio e poi… Tante scene staccate tra loro che non hanno però continuità. Per questa ragione diventa difficile affezionarsi ai personaggi, sentire la loro vicenda davvero “autentica” e lasciarsi commuovere. Il corto circuito è in agguato. Se sulle pagine di un libro si può anche stare al gioco e credere in un rapporto vissuto un solo giorno all’anno, visto sul grande schermo, questo diventa assai più complicato: perché il realismo dettato dalle immagini, sospendono necessariamente la finzione romantica voluta dalla trama.

Brava la Hathaway e bravo Jim Sturgess. Quest’ultimo sembra essere ancora in cerca della consacrazione definitiva. Colpa del suo volto anni Ottanta. E di film troppo ambiziosi, e poco pratici.

Diego Altobelli (11/2011)

lunedì 7 novembre 2011

Un cuento chino

Vincitore della Sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

Anno: 2011
Regia: Sebastian Borensztein

Parla di un incontro fatale il vincitore della Sesta edizione del Festival del Cinema di Roma. Un cuento chino (Un racconto cinese) è la storia dell’amicizia fra Roberto, uno scorbutico argentino, e un cinese che non conosce neppure una parola di spagnolo. A unirli? Il caso curioso di una mucca piovuta dal cielo durante un conflitto a fuoco…

Il regista Sebastian Borensztein, argentino, tratteggia nella sua opera prima un’Argentina grottesca, ironica, ma anche al tempo stesso commovente e in qualche modo toccante. Il grottesco e il fantastico, nel film di Borensztein, prendono vita nella realtà di un Paese scoperto, senza pelle. Impreparato e senza difese, sembra voler suggerire il regista. E quando nel film incomincia a emergere la malinconia di cui è venato, accade qualcosa di misterioso: si ha la sensazione che Un cuento chino appartenga al genere dei cartoni animati! Il trucco è tutto nel testo. Nella sceneggiatura che riesce a creare relazioni tra le persone e gli avvenimenti. Se all’inizio si rimane spaesati, poi non si può che rimanere catturati, imbrigliati anche noi, come le mucche, gli amanti i precipizi e i cinesi, nella rete di possibilità che il film (o la vita?) ci mette a disposizione. Un effetto incredibile.

Qualcuno si ricorderà del thriller vincitore dell’Oscar nel 2010 “Il segreto dei suoi occhi”, ebbene in Un cuento chino troviamo lo stesso protagonista: un bisbetico, ma in fondo buonissimo Riccardo Alberto Darin. E si può dire che senza di lui il film non avrebbe forse avuto lo stesso effetto straniante.

Stravagante, buffo, a tratti eccessivo, ma in fondo libero. Libero di raccontare, di far sognare, di andare oltre. Un film bellissimo, un esordio che lascia esterrefatti.

Diego Altobelli (11/2011)

Voyez Comme ils Dansent

Anno: 2011
Regia: Claude Miller

Un viaggio nei ricordi. Vic, attore e clown, si suicida lasciando le uniche due donne che l’hanno amato. La prima è una filmaker, la seconda una infermiera. Si rincontreranno in treno, sul Canadian, e cercheranno di capire in che modo sono state amate dallo stesso uomo…

A essere qualunquisti, si potrebbe affermare che ci troviamo di fronte al solito film come dire "alla francese". Non ce ne voglia il grande Claude Miller, già allievo di Truffaut - che per l’occasione ci fa rivedere sul grande schermo Maya Sansa, la brava attrice italiana che avevamo lasciato in Buongiorno notte di Marco Bellochio – ma nel bene e nel male Voyez comme ils dansent riassume alcune caratteristiche del cinema francese classico. La più importante di queste, è certamente rappresentata dal dualismo di amore e morte. In questo caso poi, l’incontro tra i protagonisti assume i toni del fatale, del destinato, dell’ineluttabile. Esce fuori un film buono nella prima metà, quasi ipnotico, ma fiacco nella seconda. Causa anche un colpo di scena forse non proprio riuscitissimo e una sceneggiatura che da un certo punto sembra perdere di peso.

Non male il risultato, a ogni modo. Sicuramente una delle pellicole più interessanti della sesta edizione del Festival di Roma. Oltretutto può vantarsi anche del volto di James Thierre, vero talento e figlio di Victoria Chaplin, per raccontare questo straziante e commovente lungo addio.

Diego Altobelli (11/2011)

Une vie meilleure

Anno: 2011
Regia: Cedric Kahn

Potrebbe essere tra i papabili alla vittoria della sesta edizione del Festival del Cinema di Roma questo “Una vita migliore” di Cedric Kahn. Dramma esistenziale sulla ricerca del domani, in un panorama storico non propriamente ottimistico.

Yann e Nadia - lui trentacinque, lei ventotto - sognano di aprire un ristorante. Così, malgrado la non rosea situazione finanziaria in cui versano, i due si avventurano in una giungla di finanziamenti selvaggi. Quando l’acqua arriva alla gola, Nadia è costretta ad accettare un lavoro in Canada e lasciare il figlio a Yann. Lui, deciso a salvare il ristorante, affronterà da solo la dura indifferenza della quotidianità...

Guillaume Canet, lo Yann protagonista del film, l’avevamo già visto l’anno scorso in “Last Night”, sempre a Roma, sempre in occasione del Festival. Ma mentre lì era costretto a seguire una trama statica e con pochi slanci, qui riesce a emergere in un dramma toccante finanche alle lacrime. Ammesso che vi facciate convincere da alcune scelte non proprio felici di sceneggiatura. Per essere chiari, la prima parte del film appassiona, mentre la seconda risulta un poco annacquata. Volendo, forzatamente retorica. Unica nota a piè di pagina in un film comunque registicamente molto, davvero molto solido.

Kahn mette al centro il dramma umano. La Parigi che descrive è fatta di immigrati clandestini e destini sospesi. Quasi irriconoscibile, Parigi contrasta il paesaggio innevato del Canada proposto nel finale. Difficile dire se il regista voglia far credere in un happy ending, o sottolineare la desolazione a cui la condizone umana di oggi ci confina tutti. Bel film.

Diego Altobelli (11/2011)

Trishna

Anno: 2011
Regia: Michael Winterbottom

Drammi e buoi dei paesi tuoi. Michael Winterbottom, dopo “The killer inside me” arriva alla sesta edizione del Festival del Cinema di Roma con un dramma dal sapore di rivolta culturale.

Trishna vive di stenti insieme alla numerosa famiglia nelle campagne di Rajastan. Una sera incontra Jay, un ragazzo molto carino che si innamora di lei. I due, dopo un primo timido approccio, vanno a vivere a Bombay. Purtroppo, i giorni felici sono destinati a finire quando viene a mancare il padre del ragazzo e Jay è costretto a ereditare il lavoro di direttore di Hotel. Da quel momento il rapporto tra i due si trasforma in qualcosa di fisico e violento…

La scorsa edizione si parlava al festival del problema della violenza sulle donne radicata nell’India di oggi con il film “Gangor”, prodotto da Rai Cinema. Quest’anno si propone la stessa tematica attraverso l’occhio del regista Winterbottom. Tratto dal romanzo “Tess of the D’Urbervilles” di William Thackeray, già portato sullo schermo nel 1977 da Roman Polanski, “Trishna” inizia come racconto di formazione, dai toni vagamente antichi, per poi trasformarsi in uno strano mix di sesso e violenza. Nei panni della problematica ragazza che dà il titolo al film troviamo Freida Pinto (la ricorderete in “The Millionaire”, premio Oscar nel 2009) che si fa carico del peso della pellicola. Tutto su di lei, il dramma si dipana con delle scelte narrative che però non convincono pienamente. “Trishna” parla dell’India e della cultura indiana, e questo è probabilmente il suo maggior pregio. Dall’altra però usa un linguaggio di non facile approccio. Nello specifico, le scelte della ragazza, dettate da una sottomissione psicologica che affonda le sue radici in una cultura evidentemente maschilista, non sempre risultano comprensibili, minando la visione.

Almeno ci si rifà con gli occhi. L’India descritta nel film è un fluire di cultura, mistero e caos. I due protagonisti sono belli da far invidia. Ma in questa bellezza l’incubo della violenza è dietro l’angolo. Difficile, sembra dire Winterbottom, capire dove finisca l’amore e inizi lo stupro.

Diego Altobelli (11/2011)

I primi della lista

Anno: 2011
Regia: Roan Johnson

Storia vera di un gruppo di giovani che negli ani ’70, in Italia, finiscono per chiedere asilo politico all’Austria.

Tre amici, durante una fuga in Jugoslavia si fermano a un autogrill. Lì vedono un gruppo di militari che scherzano con i mitra inneggiando alla rivoluzione. I tre amici non pensano che il giorno dopo è il 2 giugno, e pensano a un colpo di Stato. E’ l’inizio di una girandola di incredibili situazioni...

Un altro esordio in questa sesta edizione del festival di Roma che incontra solo nomi nuovi o quasi. Nel caso di Roan Johnson, regista di questo interessante "I primi della lista", suo solo un episodio del film "4-4-2: il gioco più bello del mondo", prodotto da Paolo Virzì. Interessante perché riesce a far incontrare in campo neutrale due generi opposti come sono la commedia e il racconto storico. In questo caso il fatto vero narrato del film è talmente surreale e al tempo stesso suggestivo che riesce a strappare molte risate. Merito anche del cast dove primeggia Claudio Santamaria, da sempre a suo agio in ruoli sopra le righe sullo sfondo degli anni Settanta.

E’ un film piccolo, dal budget modestissimo, che ha potuto contare su due (dei tre) protagonisti del tutto esordienti e messi alla prova con un film comunque non semplicissimo. Ricercata anche la colonna sonora, che con un certo coraggio si allontana dai Settanta e si avventura nei mitici Ottanta.

"I primi della lista" è volendo un film figlio di questa precarietà che è ormai radicata nei nostri giorni. Precario il budget, storia che vacilla tra la commedia grottesca e la denuncia storica, vacillanti le motivazioni e tutto sommato anche gli esiti. Ma certo non si può dire che al regista sia mancato il coraggio.

Diego Altobelli (11/2011)

Too Big to Fail - Il Crollo dei Giganti

Anno: 2011
Regia: Curtis Hanson

Curtis Hanson, ispirandosi al best seller omonimo di Andrew Ross Sorkin, mette in scena la sconcertante cronaca della crisi finanziaria del 2008. Quella, per intenderci, che ha portato all’attuale, preoccupante, situazione economica mondiale. Il lavoro di Hanson è rigoroso, con un ritmo frenetico e un finale spiazzante.

Attorno alla figura di Henry Wilson, segretario del tesoro ed ex presidente di Goldman Sachs, si muovono le figure dei presidenti delle più importanti banche d’America. Sono magnati che muovono i fili del Mondo e che si trovano di fronte a una situazione difficile: cercare di salvare l’intero pianeta dal collasso economico. Tra fallimenti e "manovre" estreme, alla fine Wilson riuscirà a convincerli a compiere un’ultima, estrema, scelta...

E’ il caso di dire che, considerando il tipo, il lavoro di Curtis Hanson ha parecchi pregi e pochi difetti. Nella redazione di stampo giornalistico dei fatti che hanno portato le banche più importanti d’America a essere considerate "troppo grandi per crollare" (da cui il titolo) Hanson si fa forte di una sceneggiatura praticamente senza stacchi, esplicativa e incalzante. A giovarne naturalmente è il ritmo. A pieno regime, il film si dipana seguendo la figura di Wilson (un grande William Hurt) alle prese con una situazione che si fa via via sempre più irrisolvibile. La sceneggiatura è il punto di forza del film anche perché si è messi di fronte a un cast di stelle davvero incredibile. Paul Giamatti, Bill Pullman, James Woods, Cynthia Nixon sono solo alcuni dei nomi e le loro interpretazioni sono a dir poco un vero spettacolo.

Manca forse il dramma umano, e ciò rende "Too big to fail" un prodotto più che altro documentaristico. Ma il risultato è buono e fa riflettere su varie cose. Non ultima, la quasi totale assenza di figure femminili nei posti di comando del Mondo.

Diego Altobelli (11/2011)

Poongsan

Anno: 2011
Regia: Juhn Jaihong

Sulla carta questo "Poongsan" sembrava una specie di "Rambo III" con più introspezione. Detto così non è che convinca molto l’idea, ma effettivamente è ciò a cui si pensa una volta usciti dalla proiezione.

Un giovane attraversa la Corea da Nord a Sud, superando i pericolosi confini, per recapitare a famiglie separate tra loro i messaggi dei loro cari. Contattato da uno dei Governi, Poongsan viene incaricato di introdursi in Corea del Nord e salvare una donna che conosce importanti segreti. Lungo la strada del ritorno tra i due scoppia l’amore...

Il regista è un discepolo di Kim Ki Duk che per l’occasione produce e scrive la sceneggiatura, tale Juhn Jaihong che non fa un brutto lavoro, tutt’altro, ma evidentemente pecca nel ritmo, nell’assenza di equilibrio tra autorialità e intrattenimento per le masse. Il film in questo senso è anche assai strano, perché davvero si passa da scene di azione e violenza ad altre fatte di silenzi e attese. Il risultato però non è che convinca proprio in pieno. Manca probabilmente anche quell’estetica del maestro Kim Ki Duk che lo ha reso celebre in tutto il Mondo. Insomma, la pennellata del maestro."Poongsan" si è rivelato un successo in patria, la distorta soluzione finale salva in extremis il regista donando al suo lavoro un tocco da revenge movie che buca lo stomaco.

Non basta a elevarlo tra i grandi. E si pensa alla fortuna dei principianti.

Diego Altobelli (11/2011)

martedì 1 novembre 2011

La femme du cinquieme

Anno: 2011
Regia: Pawel Pawlikowski

Definiamola pure “una strana storia di fantasmi” questa pellicola diretta da Pawel Pawlikowski. Echeggiando il Polanski de “L’inquilino del terzo piano”, il regista crea un affascinante quanto straniante racconto di redenzione. Tratto dal romanzo omonimo di Douglas Kennedy.

Lo scrittore Tom arriva a Parigi per rivedere la figlia e chiederne l’affidamento. Dopo un brutto incontro con la ex moglie, dalla quale scappa inseguito dalla polizia, Tom si rifugia in un albergo senza documenti né bagagli. Lì, il direttore gli offre un lavoro misterioso in un strano garage. Una notte, poi, Tom conosce una donna con cui instaura una inquietante relazione. Nel frattempo nell’hotel muore il suo vicino di stanza…

Rielaborando la trama del film non si può che osservare una certa confusione. E la sensazione di smarrimento persiste anche dopo i titoli di coda. Diciamolo chiaramente: poco di ciò che verrete raccontato nel film di Pawlikoski viene spiegato o chiarito. E quel poco, forse, non vi convincerà. Come si diceva all’inizio, si può pensare a una confusa storia di fantasmi, o a un racconto di smarrimento e redenzione, ma in effetti il dubbio di un lavoro riuscito a metà rimane. A fare da contraltare a questa brutta sensazione ci sono due elementi molto validi. Il primo è la recitazione del protagonista, un bravo Ethan Hawke. Il secondo è rappresentato dalla regia quasi ipnotica, qua e là sporca, in generale molto ispirata.

Se state cercando un film su cui arrovellarvi e discutere tuffatevi nelle atmosfere de “La femme du cinquieme”, forse vi piacerà. In alternativa potete sempre recuperare Polanski e vivere senza rimorsi di coscienza.

Diego Altobelli (11/2011)

My week with Marilyn

Anno: 2011
Regia: Simon Curtis

Per “My week with Marilyn” possiamo contare, da spettatori, della stessa produzione che circa un anno fa ci regalò “Il discorso del Re”. Anche in questo caso abbiamo un’altra vicenda storica, l’incontro tra il giovane Colin Clark e Marilyn Monroe all’apice della carriera. Vicenda che ha ispirato il romanzo: “Il principe, la ballerina e me” scritto dallo stesso Clark.

Il giovane Colin ama il cinema, per questo pedina gli studi di produzione e finisce per bussare alla porta di Lawrence Olivier. Notato dall’attore e regista, Colin riesce a ottenere il lavoro da terzo assistente alla regia per il film “Il principe e la ballerina”, con la bellissima Marilyn Monroe. Il tempo passato con il cast sarà per lui molto formativo…

Il produttore e regista Simon Curtis, autore soprattutto di serial per la televisione, porta sul grande schermo una storia al tempo stesso toccante e avvincente. La storia vera del giovane Colin (poi scrittore di successo) e della settimana passata insieme al mito di Marilyn tocca le corde giuste nello spettatore. Merito non solo della buona sceneggiatura, rigorosa e attenta anche nel ricostruire il periodo storico e il mondo della Hollywood classica, uno strano mix tra cinismo e agitazione, ma anche della recitazione di Michelle Williams. L’ex protagonista della serie “Dawson’s Creek” interpreta Marilyn Monroe praticamente alla perfezione. Le movenze, le espressioni, i dilemmi dell’attrice più famosa di tutti i tempi sono catturati con precisione chirurgica dalla Williams: un vero e proprio stato di grazia.

Non da meno il resto del cast, a ogni modo, pieno di nomi altisonanti. Kenneth Branagh, Judi Dench, Julia Ormond, Dominic Cooper. Tutti, come si dice, “stanno al gioco” e contribuiscono a creare il giusto feeling con la trama.

Forse non così avvincente, e minato da una certa sensazione di aleatorietà di fondo, “My week with Marilyn” ha il merito di omaggiare Marilyn Monroe facendo emergere l’aspetto più vero, drammatico e solitario, dell’attrice divenuta leggenda. Il film insomma non cattura del tutto, ma la Williams incanta.

Diego Altobelli (11/2011)

lunedì 31 ottobre 2011

Dalla collina dei papaveri - From up on Poppy Hill

Anno: 2011
Regia: Goro Miyazaki

Ritorno di Goro Miyazaki alla regia di un nuovo film d’animazione. Suo fu l’esordio con “I racconti di Terramare”, favola fantasy che però non convinse la critica. Questa volta ci prova con un racconto di formazione più vicino alle corde del padre e maestro Hayao, che guarda caso firma la sceneggiatura.

Giappone, 1963. All’interno del liceo Konan gli studenti lottano per salvare dall’abbattimento la vecchia casa dove si svolgono i corsi dopo scuola. Tra loro spiccano Umi e Shun, due giovani innamorati che scoprono di avere in comune lo stesso padre…

Tratto dalla serie omonima di manga per ragazze (i cosiddetti Shojo manga) pubblicati negli anni ’80, “Dalla collina dei papaveri” è una pellicola d’animazione sentimentale, ma dagli echi storici. Il periodo descritto è quello che precede di pochissimo le note olimpiadi a Tokyo, un momento in cui il Giappone era chiamato a guardare al futuro verso il rilancio e alla responsabilità civile. Ed è innegabile quanto questo aspetto si faccia suggestivo guardando all’oggi, il dopo Fukushima. Parallelismi storici a parte, l’ultima creazione dello studio Ghibli piace, appassiona, pur non sorprendendo come al solito. L’occhio di Goro Miyazaki si è fatto più attento e ora la sua regia appare più matura, meno acerba che in passato, ma si ha la sensazione di volare basso. Cosa assai strana, per un film col marchio Miyazaki.

Ottima invece la colonna sonora, diretta da Satoshi Takebe, che sembra accompagni i movimenti dei personaggi. Come danzassero sognando il domani.

Diego Altobelli (10/2011)

Tyrannosaur

Anno: 2011
Regia: Paddy Considine

Esordio alla regia col botto per Paddy Considine, attore e caratterista in diverse pellicole di richiamo come “The Bourne Ultimatum” e “Cinderella Man”, solo per citarne un paio. Messo dietro la macchina da presa, Considine decide di affrescare sullo schermo un dramma di solitudine estrema. Un grido di rabbia destinato a rimanere inaudito.

Joseph è un uomo problematico. Si incolpa della morte della moglie, avvenuta a causa del diabete; beve per riempire i vuoti del giorno; la notte si avventura in risse senza motivo. Una mattina, in cerca di redenzione, entra nel negozio di vestiti usati tenuto da una donna. Tra i due nasce uno strano affetto, ma Patrick ancora non conosce la storia della donna, legata a un uomo violento che la umilia in ogni modo…

Se cercate un film che possa incarnare l’espressione “cazzotto nello stomaco”, troverete in ”Tyrannosaur” di Paddy Considine ciò che fa per voi. E’ evidente quasi da subito che quello che ci si trova davanti è un dramma umano senza alcuna soluzione. E non è che Considine faccia molto per nasconderlo, anzi. Le scene di violenza rappresentano più che altro umiliazioni che i protagonisti del film sono costretti a subire senza mai (o quasi) reagire. Vedendo il film, cresce la rabbia e ci si lega a questa vicenda umana che vorrebbe aspirare a diventare storia di redenzione. La redenzione non arriva e Considine fa piovere sul bagnato quando, nel finale, calca la mano (forse pure troppo) distruggendo ogni possibilità di lieto fine. Proprio l’ultima parte del film appare un po’ forzata e potrà non convincere tutti. Molti, forse, la interpreteranno persino come un’inutile aggiunta, ma anche malgrado questa annotazione il film risulta riuscito e molto solido.

Infine, un grande Peter Mullan a prestare il volto al personaggio di Joseph, favorisce a rendere più autentica una pellicola che, in un modo o in un altro, finisce per ferire. Non è da tutti.

Diego Altobelli (10/2011)

Mon pire cauchemar

Anno: 2011
Regia: Anne Fontaine

Patrick, un buzzurro che vive di lavori occasionali, irrompe nella vita di Agathe, una ricca direttrice di una galleria d’arte, quando i loro rispettivi figli stringono amicizia. Il marito della donne propone a Patrick di ristrutturare una parte dell’appartamento e da quel momento cominciano i guai. La strana famiglia allargata dovrà vedersela con i servizi sociali e con relazioni improbabili. Gli opposti si attraggono e sono scintille…

La regista dell’ottimo biografico “Coco Avant Chanel”, Anne Fontaine, firma questa commedia frizzante sulle lotte di classe. Fontaine ci regala un primo tempo fulminante, grazie all’interpretazione di Benoit Poelvoorde (“Niente da dichiarare”, “Mammuth”), e un secondo tempo meno incisivo, ma comunque gradevole. L’entusiasmo iniziale va scemando a causa dello script - opera della stessa regista – che non tiene il passo al ritmo e al susseguirsi di gag.

Fortunatamente, a sorreggere i buchi sparsi della trama interviene l’ottimo cast di attori. I due protagonisti, Poelverde e Isabelle Huppert, tengono banco e dettano legge. Ma non sono da meno i comprimari, tra cui Andrè Dussollier nei panni di un editore che si invaghisce di una giovane donna appassionata di alberi.

Insomma “Mon Pire Cauchemar” è una pellicola appassionante all’inizio, ma fiacca nel finale. Peccato, perché se le redini non fossero sfuggite di mano prima del traguardo sarebbe stato un film da… primo posto.

Diego Altobelli (10/2011)

domenica 30 ottobre 2011

Hotel Lux

Anno: 2011
Regia: Leander Haussmann

Berlino, 1938. Il duo comico formato da Hans Zeisig e Siegfried Meyer, ironizza sulla politica interpretando improbabili dialoghi tra Stalin e il Furer. Si ride, ma solo all’inizio, perché l’atmosfera comincia presto a farsi pesante. Braccati dalla Gestapo che li vuole arrestare, i due si dividono per cercare riparo in terra straniera. SI rincontreranno anni dopo nell’Hotel Lux, il paradiso perduto delle spie e dei traditori. Zeisig si finge astrologo, Meyer sposa la comunista Frida. La farsa pericolosa odora di libertà…

Ecco un film ben scritto. Là dove la regia di Leander Haussmann non arriva, trovando un posticino dalle parti della fiction televisiva, arriva la scrittura (opera dello stesso regista). Bei dialoghi, con incisivi botta e risposta, e gran ritmo, che segue una vicenda anche complessa senza mai perdere di vista la rotta. Inoltre, il tono da commedia è vincente e la storia appassionante. A unire la materia filmica ci si mette anche il buon cast di attori. Ottimo a riguardo il protagonista Michael Bully Herbig, che ricorda con la propria mimica un Chaplin in grande spolvero.

Il film si fa interessante anche in una lettura squisitamente storica. Stalin è un paranoico in cerca di un consiglio dalle stelle. Il Comintern, un insieme confuso di personalità più attente a salvaguardare i propri interessi che quelli del partito. Infine, il mito di Hollywood sullo sfondo. E il sogno delle luci della ribalta sembra un omaggio a un cinema che non c’è più.

“Hotel Lux” è un bell’esempio di storia che riesce a toccare più corde, creando una perfetta armonia.

Diego Altobelli (11/2011)

Like crazy

Anno: 2011
Regia: Drake Doremus

Stati Uniti. Due adolescenti, Jacob e Anna, si incontrano e si innamorano. Come tutti gli amori giovani la loro unione è travolgente. Tanto che quando Anna deve tornare in Inghilterra a causa del permesso di soggiorno scaduto, decide di posticipare la partenza di un paio di mesi. Alla fine ritorna in patria, ma quando vuole rivedere il suo fidanzato iniziano i problemi. La separazione, la lontananza, il senso di abbandono. Ma tutto a misura di teenager…

Premio della Giuria al Sundance Film Festival - sia per la regia, firmata da Drake Doremus, sia per l’interpretazione dell’attrice Jennifer Lawrence, Mistica in “X-Men: First Class” - “Like Crazy” cerca di penetrare in quel campo minato che è rappresentato dal passaggio dalla giovane età a quella adulta. Facendo un parallelismo un po’ forzato si potrebbe pensare a “Like Crazy” come a un “Laguna blu” ambientato tra Gran Bretagna e Stati Uniti. La telecamera in alta definizione di Doremus ondeggia come fosse l’occhio estraneo di uno sconosciuto che spia la giovanissima coppia nei momenti salienti della loro storia d’amore. Ma pure se premiata al Sundance, in realtà la regia non convince. Ci si bacia, si ridacchia, si parla di nulla, ci si perde negli sguardi, ci si rotola nel letto… Tutto è allo stesso tempo tenero, quanto inutile dal punto di vista cinematografico. Ed è così che a circa mezz’ora dall’inizio, esaurito il dilemma legato al visto di soggiorno della giovane, si guarda l’orologio chiedendosi: “E adesso?”. La risposta è un nulla narrativo che naviga tra tradimenti e palpitazioni senza mai approfondire.

Bravi a ogni modo gli interpreti. La Lawrence è effettivamente incisiva, malgrado un paio di pose scarse. Anton Yelchin e Felicity Jones fanno il loro senza infamia e senza lode. Sì, fingono di essere innamorati.

Diego Altobelli (10/2011)

L'industriale

Anno: 2011
Regia: Giuliano Montaldo

Nicola ha ereditato dal padre una fabbrica che conta oltre 70 dipendenti e che produce pannelli solari. Ora però l’azienda è in crisi nera. Nicola non ha i soldi per garantire un rifinanziamento e in un paio di settimane sarà costretto a chiudere. Anche la moglie è distante, e sembra interessata alla corte di un giovane rumeno. Far quadrare il cerchio non è facile, ma Nicola è sicuro che ne uscirà alla grande…

Non si può criticare a cuor leggero l’opera di un regista che in qualche modo ha contribuito a fare la storia del Cinema italiano. “Tiro al piccione”, “Sacco e Vanzetti”, fino al recente “ I demoni di San Pietroburgo” sono tutte opere di Giuliano Montaldo, regista sofisticato che firma anche questo “L’Industriale”: un dramma alla Dostoevskij. Però è proprio la complessità narrativa del film a mostrare il fianco alle critiche. Ben diretto, accompagnato da una colonna sonora firmata da Andrea Morricone, e con una fotografia dai tipici toni grigiastri ad opera di Arnaldo Catinari, de “L’industriale” non convince la sceneggiatura; la costruzione drammatica; i dialoghi; la scelta di alcune scene. Il dramma vissuto dal protagonista, un grande Pierfrancesco Favino, finisce per lasciare delle zone d’ombra che però non trovano soluzione. Non v’è catarsi nel finale del film. Non c’è apice. Non ci sono picchi. Tutto dall’inizio alla fine è narrato con lo stesso tono monocorde. Peccato, perché il film offriva degli spunti molto interessanti che forse avevano bisogno di maggiore respiro o, chissà, magari di un altro approccio.

Diego Altobelli (10/2011)

venerdì 28 ottobre 2011

The Lady

Anno: 2011
Regia: Luc Besson

Era atteso con curiosità alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, dopo aver ricevuto un discreto consenso al Toronto Film Festival, "The Lady" è l’ultima creazione del regista visionario Luc Besson ("Nikita", "Il quinto elemento", "Giovanna d’Arco") alle prese questa volta con un biopic che odora di svolta creativa.

La vera storia del premio Nobel per la pace nel 1991 Aung San Suu Kyi, donna che ha saputo imporsi sul governo militare birmano, diventando per il suo popolo un’icona di libertà. Aung San Suu Kyi lotterà contro la dittatura in nome della democrazia. Dovrà pagarne il prezzo. Gli arresti domiciliari; la sfortunata morte del marito; l’attentato nel 2002 da cui si salverà, ma che la debiliterà fisicamente...

L’interprete malesiana già protagonista de "Memorie di una Geisha" Michelle Yeoh veste i panni della donna simbolo della democrazia birmana Aung San Suu Kyi in modo impeccabile, scrupoloso, fino al manierismo più estremo. E forse questo eccedere nelle convenzioni è anche il difetto alla base della pellicola, che non pecca in equilibrio formale - riuscendo a dosare nel giusto modo gli ingredienti del dramma - ma in quello sostanziale. Difficile anche riconoscere il timbro registico di Besson, se non avventurandosi in improbabili parallelismi tra le protagoniste dei suoi film e la Suu Kyi. Giovanna d’Arco, Nikita, o la giovanissima protagonista di "Leon", possiedono la stessa potenza emotiva della donna birmana. Ma qui parliamo di un personaggio vero, ancora vivente e questo particolare finisce per pesare per forza di cose sul modo di osservare il film. Luc Besson allora cerca la svolta. Il passaggio dalla finzione di un "Adele e l’enigma del faraone" al realismo dei giorni nostri, ma allo stesso tempo non vuole tradire il suo stile. Realizza un buon film, ma piatto e vagamente asciutto.

Diego Altobelli (11/2011)

Le avventure di Tintin - Il segreto dell'unicorno

Anno: 2011
Regia: Steven Spielberg

Direttamente dalle tavole di Hergè prende vita l’ultima creazione del mito Steven Spielberg. “Tintin e il segreto dell’unicorno” è al tempo stesso il ritorno di un maestro al cinema e l’esercizio di stile, anche un po’ pedante.

Il giornalista Tintin, accompagnato dal fidatissimo (e acutissimo) cane Milou , scova in un mercatino una vera e propria occasione: la perfetta riproduzione in scala di un veliero con la prua a forma di testa di unicorno. Sfortunatamente Tintin ancora non sa che quel magnifico modellino nasconde un segreto: nientemeno che la parte di una mappa per raggiungere un tesoro sommerso. Rapito da dei sicari che bramano l’oro, Tintin si ritrova coinvolto in una nuova avventura…

Realizzato con la tecnica del motion capture - alla stregua di pellicole come “Polar Express”, “Beowulf” e “A Christmas Carol” – Tintin approda sullo schermo con piglio orgoglioso. Un debutto in grande, non c’è che dire. A dirigerlo del resto c’è Steven Spielberg, che gioca con le prospettive e i punti di vista cercando di riprodurre lo stesso effetto che si aveva leggendo, sfogliando e immergendosi nelle tavole di Hergè. D’altro canto, lo stesso Hergè è da considerarsi (senza esagerare) uno dei più importanti autori di fumetti mai esistiti. Un grande, come Will Esner o Cesare Zavattini. Quindi, con due nomi così a sorreggere il peso dell’opera, sbagliarne l’esito è francamente difficile. “Le avventure di Tintin – Il segreto dell’unicorno” è un film che sotto certi aspetti sbalordisce. Richiama in più riprese il meglio di “Indiana Jones”, ci trasporta in un universo “giallo” cristallizzato tra Agatha Christie e Sherlock Holmes, invoglia la visione a ogni nuova svolta narrativa.

Non tutto oro è quel che luccica, si dice, e allora ecco forse un eccesso di vanità da parte di quel regista, Steven Spielberg, che ha saputo toccare con il cinema quasi ogni corda del “vedere”. Il suo Tintin piace e diverte, ma alla fine si ha la sensazione del “compitino” ben fatto. Gli si dà un voto alto, ma il primo della classe questa volta sembra distratto.

Diego Altobelli (10/2010)

La brindille

Anno: 2011
Regia: Emmanuelle Millet

Film che segna l'esordio alla regia per Emmanuelle Millet, la quale gioca con un suo romanzo e lo traduce abilmente in cinema. Il risultato è denso di melassa e buoni sentimenti, ma può fregiarsi dell’ottima interpretazione di Christa Theret, già vista un paio d’anni fa in “Lol” al fianco di Sophie Marceau, e di una sceneggiatura piuttosto coinvolgente.

Il “ramoscello” del titolo è la giovane Sarah che scopre di essere rimasta incinta. Confusa da questa nuova prospettiva e senza poter contare su nessuno, la ragazza comincia un viaggio che la porterà in una clinica per abortire. Ma la vita sarà più forte…

Un po’ “Juno”, “La Brindille” possiede come il film di Jason Reitman vincitore del Marco Aurelio del 2007 il piglio giusto per parlare di maternità senza annoiare. Manca un po’ di pathos, un briciolo di coinvolgimento in più, forse anche quel pizzico di rarefatta follia che si respirava nel film di Reitman. Al di là di questa (unica) annotazione, “La brindille” sa essere un buon esordio, arricchito da una interpretazione vivace. Un racconto di formazione senza tempo.

Diego Altobelli (10/2011)

martedì 27 settembre 2011

Baciato dalla fortuna

Anno: 2011
Regia: Paolo Costella
Distribuzione: Medusa

Le possibilità di vincere al Superenalotto sono all’incirca una su 60 milioni. Lo sa bene Gaetano, l’uomo medio interpretato da Vincenzo Salemme nel film “Baciato dalla fortuna”, ispirato all’atto unico “Fiore di Ictus”.

Gaetano gioca da anni sempre i soliti sei numeri. 10-20-30-40-50-60, dettati dal nonno che come lui era un giocatore. Quando però i numeri escono per davvero, Gaetano si rende conto che forse i numeri questa volta non li ha giocati. Una sbadataggine che getta tutti nel panico. La moglie, che chiede da lui gli alimenti. L’amante, che lo tradisce con il capo. Gli amici, che tentano di raggirarlo. E la sua amica, segretamente innamorata di lui. Bisognerà faticare per far quadrare il bilancio…

Il regista Paolo Costella (esordiente nel 1998 con “Tutti gli uomini del deficiente”), avvezzo al genere, dirige con i tempi dettati dal comico Salemme una commedia leggera, ma gradevole; prevedibile, ma divertente. Normalmente da pellicole di questo tenore non ci si aspetta molto, e anche questa volta è così. Fatto sta che a remare a favore del film arriva il buon cast formato da varie figure la cui presenza ormai rimanda a dettati schemi narrativi. Alessandro Gassman sarà quindi il capo nevrotico e piacione. Nicole Grimaudo la bella amica incompresa. Dario Bandiera l’amico che frega “i vivi e piange i morti”, per dirla con un detto popolare. Asia Argento l’ambigua amante focosa. E via così, in un gioco degli equivoci formato da maschere che fanno sorridere come se ci si trovasse in una Commedia dell’Arte tanto amata dal protagonista Salemme. Insomma risultato accettabile, che non toglie niente e non aggiunge nulla al cinema italiano. Tocca accontentarsi di fare spogliatoio.

Diego Altobelli (09/2011)

venerdì 23 settembre 2011

Il mai nato

Anno: 2009
Regia: David S. Goyer
Distribuzione: Uip

Arriva Il mai nato, pellicola a misura di teenager diretta uggiosamente da David S. Goyer, già regista di Blade Trinity.

Prodotto da Michael Bay e Brad Fuller, gli stessi che finanziarono il remake di Non aprite quella porta, nelle premesse Il mai nato appariva come una simpatica alternativa ai vari “filmoni” di questa incredibile stagione cinematografica. Un bel thriller venato di sfumature horror, insomma, di quelli magari anche un poco scontati, ma che ti vai comunque a vedere per riposare le meningi da “dubbi vari”, “strade rivoluzionarie” e “casi curiosi di uomini nati vecchi”. Purtroppo però, questa volta la delusione giunge impietosa.

Casey Beldon, in seguito a una leggera contusione subita all’occhio sinistro, comincia a essere perseguitata dall’immagine di un bambino morto. È evidente che c’è qualcosa di molto strano dietro e, collegando il bambino a una vecchia foto, la giovane Casey inizia a indagare sul proprio passato...

Purtroppo Il mai nato appartiene a quella tipologia di film dove varie idee confuse vengono raffazzonate alla meno peggio per assecondare uno spunto nemmeno troppo originale. In fondo, viene da pensare, ci troviamo davanti il classico “baby-demonio” che da The Omen in avanti (e forse anche indietro) di morti ammazzati ne ha visti proprio tanti. In questo caso poi, la regia di Goyer prende sì pieghe spesso inaspettate, ma quasi sempre discontinue. Si va dalla visione di filmati in Super 8 girati in un manicomio, inquietanti come uno sbadiglio; si passa al vicino di casa potenzialmente malefico, decisamente meno paurosi di quelli che magari si hanno per davvero; arrivando persino a un esorcismo organizzato, come si dice, “in quattro e quattro otto” e guidato da un Gary Oldman che “sbuca” dal nulla solo per il gran finale.
Alla fine di un intreccio tanto sconclusionato non si può che rimanere perplessi.
Il resto del film, in linea con sceneggiatura e regia, è quanto di meglio e di peggio si è visto negli ultimi venti anni nel cinema horror. E nemmeno l’idea, l’unica davvero interessante, di vedere responsabilità naziste nell’origine del Male riesce poi a essere sfruttata adeguatamente, risultando solo come un pretesto inutile ai fini dello svolgimento narrativo.

Diego Altobelli (02/2009)

mercoledì 14 settembre 2011

Crazy, stupid, love

Anno: 2011
Regia: Glenn Ficarra e John Requa
Distribuzione: Warner Bros.

La vita di Carl Weaver viene sconvolta dall’uragano chiamato divorzio. Colpito da un fulmine a ciel sereno, il povero Carl si ritrova a girovagare per locali ubriacandosi e parlando della sua sfortuna. Poi una notte l’uomo incontra Jacob: un Don Giovanni che si propone di aiutarlo a… rimettersi in piedi. I due diventano presto amici, finché Jacob non prende una sbandata per una misteriosa ragazza…

Questa volta partiamo dai difetti. “Crazy, Stupid, Love” consta di una prima parte noiosetta e un assunto che non fa certo gridare al miracolo per originalità. Sembra di essere davanti a un nuovo “Hitch” (Andy Tennant, 2005), e per certi versi il film diretto a quattro mani da Glenn Ficarra e John Requa –alla loro prima prova - ne ripropone gli spunti comici. Il buon vestito contrapposto a scarpacce da tennis; l’atteggiamento da figo contro quello impacciato e insicuro del protagonista; la battuta pronta, la sicurezza, che si fanno beffe della balbuzie e dell’impasse di un primo sfortunato approccio. Niente di nuovo sotto i riflettori, insomma. Malgrado la bravura dei due attori protagonisti Steve Carrell – re dei tempi comici che qua e là ricorda il maestro Peter Sellers - e il giovane, bello, promettente e “chi più ne ha più ne metta” Ryan Gosling, nomination all’Oscar per “Half Nelson” e insospettabile protagonista di “Lars e una ragazza tutta sua”, dove interpretava un personaggio all’opposto di questo Jacob. Rimanendo sul pezzo, bisogna anche dire che la seconda parte, decisamente più frizzante e con dei guizzi di regia apprezzabili (la notte di Jacob con la misteriosa ragazza, o la telefonata della moglie di Carl all’ex marito), si allunga troppo nel finale peccando di verbosità. Bastava fermarsi un attimo prima, alla scena madre del film, risolvendola magari con meno retorica, e il film ne avrebbe guadagnato in immediatezza.

Passando ai pregi: “Crazy, Stupid, Love” è stato ben accolto dalla critica statunitense. Roger Ebert (uno che non le manda a dire) arriva addirittura a dargli un 3 stelle su 4, parlando di “commedia romantica su persone dal buon cuore”. E noi non possiamo che essere d’accordo. Il cast del resto è notevole. A fianco dei due protagonisti troviamo Julianne Moore, Emma Stone, Marisa Tomei e Kevin Bacon che definiscono con le loro interpretazioni il mondo sentimentale dove il film è racchiuso. Infine la sceneggiatura, scritta da Dan Fogelman (“Cars”, “Cars 2”, “Rapunzel – L’intreccio della torre”, “Fred Claus – Un fratello sotto l’albero”), che si fa largo a bracciate in un mare di buoni sentimenti, trova l’audacia per un colpo di scena che spiazza tutti strappando molte, tante risate.

Diego Altobelli (09/2011)

martedì 13 settembre 2011

I Puffi

Anno: 2011
Regia: Raja Gosnell
Distribuzione: Sony Pictures

Difficile dire se lo si aspettava con trepidazione oppure no, fatto sta che anche il magico mondo dei Puffi irrompe nelle sale cinematografiche. I personaggi ideati dall’autore Peyo nel 1958 prendono vita in computer grafica, perfettamente integrati nel mondo reale immortalato dalla Grande Mela.

Al villaggio dei Puffi sono in corso i preparativi per il Festival della Luna Blu. Tutto sembra filare per il meglio, ma il Grande Puffo ha una visione terribile sul futuro. A complicare le cose ci si mette Tontolone, che inavvertitamente finisce per indicare a Gargamella la locazione del Villaggio. Per fuggire al terribile mago, i Puffi si dividono in due gruppi. Ed è così che uno di questi si ritrova magicamente a New York…

Operazione commerciale a metà strada tra il nostalgico e il rilancio di un brand. I Puffi del mitico Peyo hanno indubbiamente animato i pomeriggi di tanti bambini, e con questo film sembrano promettere di fare lo stesso con le generazioni future. La regia di Raja Gosnell (“Beverly Hills Chihuahua”, “Big Mama”, “Scooby-Doo”) è piuttosto abile nel catturare l’essenza dei folletti blu e adattarne i caratteri all’interno di un mondo vero; similarmente a quanto avveniva nel disneyano “Come d’incanto”. E pure con tutte le magagne, le forzature e le imprecisioni del caso, alla fine il film si lascia vedere dimostrandosi adatto a tutte le età. I Puffi sono perfettamente ricreati e le loro movenze sono state riprese con dovizia di particolari. Un ottimo risultato, enfatizzato dal 3D che forse si poteva sfruttare con più audacia.

In un film di questo tipo allora, leggero e senza pretese, colpiscono più che altro alcune scelte tipicamente hollywoodiane. I personaggi instaurano un rapporto di amicizia con una coppia di giovani sposi. Il ragazzo (interpretato da Neil Patrick Harris) ha una consegna da fare al suo capo che, guarda caso, è una donna spagnola. La moglie (Jayma Mays) incinta prende a cuore il protagonista Tontolone promuovendo la libertà di essere, cautamente contrapposta all’idea che vuole i puffi differenziarsi dalla nascita in base a specifiche attitudini. Insomma, di riffa o di raffa Hollywood tenta di appropriarsi anche di questa idea. Ci riesce con piglio prepotente sulla povera Spagna in piena crisi economica, e per sottoscrivere la resa alla fine i Puffi si ispireranno alla Grande Mela per ricostruire il proprio villaggio. Come dire: forse non sempre tutto è bene quel che finisce bene.

Diego Altobelli (09/2011)

lunedì 12 settembre 2011

Solo per vendetta

Anno: 2011
Regia: Roger Donaldson
Distribuzione: Eagle Pictures

La vita di un tranquillo professore di letteratura viene sconvolta quando una brutta notte la moglie viene stuprata da un malvivente recidivo. Arrabbiato, frustrato, impaurito. Il professore incontra un misterioso individuo che gli propone un accordo: la vita del malvivente per un piccolo favore in cambio. L’uomo accetta, ma scoprirà che per ripagare il debito dovrà a sua volta assassinare uno sconosciuto…

Ogni volta che c’è un nuovo film con Nicholas Cage la critica sbuffa, pensando già alla stroncatura che dovrà scrivere. In questa sede, chi recensisce non è di questa scuola, anzi. Nicholas Cage è attore versatile e a guardare il suo curriculum si scoprono vere e proprie perle come “Via da Las Vegas” o “Il ladro di orchidee” e “Segnali dal futuro”. Il suo unico difetto è quello allora di proporsi forse un po’ troppo. Svendersi, e finire inevitabilmente per fare - anche – tante cose meno riuscite. E’ il caso di questo “Solo per vendetta”. Un filmetto. Un thriller all’acqua di rose. Un tentativo vago di rendere avvincente uno spunto a malapena interessante. L’avrete capito, là dove la regia di Roger Donaldson si lascia pure vedere, la sceneggiatura di Robert Tannen manca il bersaglio. Lo script è confuso, incoerente, lacunoso. Senza l’ossatura, i muscoli sono masse informi e mollicce che cadono a terra. Così è questo film, che forse può meritare una visione nel caso foste appassionati del Cage. O se cercate in homevideo un trihller da guardare come scusa per flirtare con la propria o il proprio compagna / o.

Diego Altobelli (09/2011)

Super 8

Anno: 2011
Regia: J.J. Abrams
Distribuzione: Universal Pictures

E’ probabilmente il film della maturità per J.J. Abrams questo “Super 8”, commovente omaggio a un cinema (e a un’epoca) che probabilmente non c’è più.

Estate del 1979. Un gruppo di ragazzini sta girando un film in super 8 che parla di zombie. Per rendere efficace la scena madre, una notte si organizzano per riprendere un treno che attraversa il loro paese. Purtroppo però il treno deraglia “per davvero” e dai vagoni escono misteriosi cubi metallici. Il fattaccio coinvolgerà l’esercito americano…

Se ci fossero più registi come J.J. Abrams, il cinema non avrebbe bisogno di remake e fumetti. Il regista americano è la migliore eredità cinematografica lasciata dalla scuola di Spielberg e co. negli anni Ottanta. Ed è proprio a questi anni che Abrams decide di guardare per realizzare “Super 8”, che potrebbe essere definito una specie di nuovo “E.T.” o “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Abrams, dopo “Mission: Impossible 3”, “Cloverfield” e “Star Trek”, questa volta rinuncia (in parte) alla spettacolarità, ed è più che altro scrupoloso. Arriva addirittura a usare gli obiettivi utilizzati da Spielberg per ricreare la stessa atmosfera, anche visiva, nel suo film. L’esito è sorprendente anche perché il film non è un remake o un omaggio fine a se stesso, come può essere il cinema cosiddetto “necrofilo” di Tarantino ad esempio o Rodriguez. “Super 8” riesce invece a riprendere alcune idee, attualizzarle e imprimere in esse linfa nuova. Che in soldoni si traduce in emozioni: una parola ormai quasi inutilizzata, al cinema come altrove. Riprendendo quindi il meglio di “Stand by me”, i già citati “E.T.” e “Incontri…”, ma anche “Goonies” e molte altre pellicole dei mitici Ottanta, “Super 8” emoziona, coinvolge, commuove. E l’incontro con “l’altro” qui, non è per Abrams la speranza per un domani migliore, ma un modo per far riflettere l’umanità di oggi. Notevole.

Buon cast di giovani attori che speriamo di rivedere presto. “Super 8” è la migliore pellicola da vedere quest’anno al cinema. E guarda un po’, del 3D non c’è traccia. La cosa potrebbe far meditare i più attenti.

Diego Altobelli (09/2011)

venerdì 19 agosto 2011

Conan - The Barbarian

Anno: 2011
Regia: Marcus Nispel
Distribuzione: 01 Distribution

Meno fumettistico, meno iconografico, ma anche meno evocativo dei due “Conan” firmati da John Milius e Richard Fleisher (rispettivamente datati 1982 e 1984) con un mitico Arnold Schwarzenegger, il nuovo “Conan The Barbarian” di Marcus Nispel cerca il suo posto nel mondo cinematografico. Lo trova a stento, un piccolo anfratto buio e freddo in mezzo a una montagna di pellicole poco riuscite.

Allevato dal padre il giovane Conan dimostra fin da piccolo una innata capacità combattiva. Ma per diventare un vero guerriero, un barbaro, Conan dovrà affrontare la morte di suo padre per mano del mago oscuro Khalar Zym. La strada che percorrerà si chiama vendetta…

Prima libro, romanzo per ragazzi, con lui nasce la fantasy epica; quindi fumetto, per mano della Marvel Comics; e poi cinema, con gli anni Ottanta e la Pop Art. Conan è uno di quei personaggi che continuano a navigare nella fantasia collettiva senza sentire il peso degli anni. Nato dalla mente di Robert E. Howard, la narrazione delle sue storie è proseguita per mezzo di altri scrittori, tra cui Robert Jordan e Steve Perry. Marcus Nispel, evidentemente, per raccontare il suo Conan deve aver tenuto conto anche di queste versioni più recenti del personaggio. Il suo film, partendo dall’infanzia del protagonista, racconta la tipica e un po’ inflazionata parabola della vendetta con l’eroe buono, l’amico affidabile, il grande amore e il cattivo rognoso. La prima parte del film ha un sapore più nuovo, più fresco, forse anche più ispirato. La seconda scivola nel mero intrattenimento e diventa una specie di calcomania degli scritti di Howard. Stessa epica, stessa struttura narrativa, stesse scenografie con il finale ambientato nel cuore di una caverna durante un rito magico. Conan mena fendenti a destra e a manca, a metà tra l’uomo e il più moderni supereroi. Precursore dei tempi, furente avversario, uomo giusto. Conan rappresenta l’incarnazione del super uomo di Friedrich Wilhelm Nietzsche esaltato dalla magia della fantasy. Con un personaggio così, anche la sceneggiatura televisiva di Joshua Oppenheimer, la scarsa interpretazione dell’atletico Jason Momoa, e la mediocre regia di Nispel, periscono di fronte la magnificenza dell’idea.

Niente a che vedere con il “Conan” di Schwarzy e compagnia. Ma alla fine si lascia vedere.

Diego Altobelli (08/2011)

venerdì 5 agosto 2011

Harry Potter e i doni della morte - Parte II

Anno: 2011
Regia: David Yates
Distribuzione: Warner Bros.

David Yates conclude la saga iniziata da Chris Columbus dieci anni or sono e proseguita da Alfonso Cuaron e Mike Newell. Harry Potter arriva al suo epilogo con un capitolo finale tutto azione.

Il mondo della magia è sotto il dominio di Voldemort e del suo esercito di Mangiamorte. Harry, Hermione e Ron, tuttavia, riescono a introdursi a Hogwarts e scacciare Severus Piton. La partita finale si giocherà quindi dove tutto ha avuto inizio. E i colpi di scena non mancheranno…

Da capogiro questo finale orchestrato da David Yates che si conferma regista dalla tecnica fine e di grande talento visivo. Anche in questo caso, come era accaduto per la prima parte de “Harry Potter e i doni della morte”, Yates confeziona due o tre scene da ricordare, come la fuga dei tre protagonisti durante la battaglia finale (una fantasy avvolta nel silenzio), o il lungo flashback dedicato a Severus Piton (a tratti commovente). E se la trama vedeva nella prima parte tutta la metafora relativa al nazismo e ai turbamenti personali dei protagonisti, in questa seconda fase a farla da padrone è la magia nuda e cruda. Dal punto di vista scenico era davvero difficile concepire un finale migliore di questo. Draghi, golem, maghi, fantasmi, incantesimi… l’ultimo capitolo ha un effetto quasi orgasmico sullo spettatore. In quanto sembra che ciò che era intrinseco nel mondo di Harry Potter esploda tutto insieme, lasciando letteralmente senza fiato.

Per questo finale, infine, si perdono un po’ i personaggi secondari, che vanno a incidere solo marginalmente sulla trama. Ma è pure giusto. E’ Harry Potter il protagonista, così che anche Daniel Radcliffe che lo interpreta da sempre possa sfogare tutte le sue capacità di attore maturate, nel corso degli anni, nei teatri d’America.

Suggestivo, inquietante, romantico, avvincente. Harry Potter è tutto questo e molto altro ancora. Il suo mondo, nato sulle pagine della Rowling, viene amplificato dall’effetto Cinema che forse, malgrado il 3D, continua a mancare qua e là di profondità. Ma queste sono quisquiglie. La verità è che tutti i film di Harry Potter (se presi tutti insieme) disegnano un affresco potente e visionario. Qualcosa di assolutamente unico nel mondo della celluloide. Magia pura.

Diego Altobelli (07/2011)

lunedì 25 luglio 2011

Capitan America

Anno: 2011
Regia: Joe Johnston
Distribuzione: UIP

Con una prima parte dal forte carattere cinematografico, e una seconda che scema nel mero fumetto mangia e fuggi, “Capitan America” irrompe con il suo scudo nelle sale cinematografiche. L’esito è buono, ma risente della lunghezza eccessiva (124 minuti!) e della assenza di veri super poteri.

1942. Steve Rogers è un giovane dalla corporatura esile che sogna di entrare a far parte dell’esercito americano per combattere i crucchi in Europa. La sua richiesta viene respinta varie volte, e solo quando incontra il prof. Abraham Erskine, Steve ottiene una possibilità. Erskine gli propone infatti di sottoporsi a un siero sperimentale capace di aumentare le doti fisiche di un essere umano. Steve accetta e diverrà Capitan America: suo il compito di fermare il Teschio Rosso…

Si arricchisce di un nuovo tassello il mosaico cinematografico concepito dalla Casa delle Idee e che avrà il nome di “The Avengers”. “Capitan America”, leader del futuro gruppo di supereroi è forse il più ispirato tra i film finora visti. Buona la ricostruzione storica, e davvero scorrevole la sceneggiatura che riesce a ricostruire una vicenda (anche fumettistica) caratterizzata da numerosi buchi narrativi. Capitan America nasce nel 1942, ma vivrà ai giorni nostri. Spiegarlo e renderlo coerente cinematograficamente parlando non era affatto facile e il buon lavoro dello scrittore Christopher Markus, coadiuvato dalla regia di Joe Johnston (“Jurassic Park III”) lascia davvero molto soddisfatti. La recitazione è altrettanto buona e la scelta di Chris Evans (già Torcia Umana ne “I fantastici quattro”) risulta azzeccata e vincente.

Le perplessità allora sono tutte nel combattimento finale un po’ deludente, e nella generale prevedibilità della trama. Un film che quindi rende giustizia al personaggio principale, ma che forse non coinvolge del tutto.

Diego Altobelli (07/2011)

mercoledì 13 luglio 2011

Transformers 3

Anno: 2011
Regia: Michael Bay
Distribuzione: Uip

La terza pellicola dedicata ai Transformers inizia dove finiva la precedente. Michael Bay cerca di aggiustare il tiro, dopo aver ricevuto aspre critiche per la caotica regia del secondo episodio, e ora la sceneggiatura appare più uniforme e lineare.

Sam non rieasce a trovare lavoro malgrado un buon curriculum e, soprattutto, l'aver ricevuto la medaglia all'onore militare direttamente dalle mani di Obama. Sarà anche la crisi che ha il partito democratico negli States, fatto sta che quest'ultimo particolare non impressiona nessuno. Al ragazzo non rimane altro che accettare l'impiego presso il datore di lavoro della sua ragazza. Si instaura un gioco delle parti, mentre fuori, dallo spazio, i Decepticon si apprestano ad invadere la Terra...

Fuori la bella Megan Fox, dentro l'altrettanto bella, ma meno carismatica Rosie Huntington-Whiteley. Per il resto il meccanismo non cambia e neppure Michael Bay. Semmai, il regista alza l'asticella, il tiro. Nel terzo capitolo decide di mettere tutto ciò che non era riuscito a mettere nei primi due episodi. La scena dell'invasione aliena è notevole. Ma il resto annaspa in dialoghi che non seguono le immagini e in combattimenti tra robot che francamente si distinguono poco l'uno dall'altro. Anche gli attori fanno il minimo indispensabile, anche perchè, sembrano dire, con la mole di effetti speciali che la produzione Hasbro propone sul piatto, a noi chi ci pensa? E' così un John Malkovich risicato fa da spalla a un John Turturro costretto in un ruolo (quello dell'ex agente Cia) che davvero non ha niente da aggiungere. Il personaggio di Shia Le Beouf, diviso tra il precariato e l'illusione di un amore, appare troppo nervoso, a volte in modo irritante. Dà rispostacce senza motivo, si agita. E i robot, che dovrebbero essere il vero traino del film, vengono messi da parte a favore degli umani militari amati dal regista. Insomma, "Transformers 3" è un film che si lascia guardare, ma che al tempo stesso stanca minuto dopo minuto. E se si pensa che una parte del film (un inseguimento), tramite l'uso della computer grafica, è stato ripreso (copiato) da "The Island" (altra pellicola di Bay), non solo vengono dubbi sulla serietà dell'operazione Transformers, ma persino su quella del regista. Resta interessante da notare solo la riscrittura della storia americana. Una cosa che negli ultimi tempi sta diventando una specie di moda diffusa nel cinema di Hollywood. Significherà qualcosa?

Diego Altobelli (07/2011)

martedì 28 giugno 2011

Cars 2

Anno: 2011
Regia: Brad Lewis, John Lasseter
Distribuzione: Disney Pictures

Debole sequel di un già poco convincente primo episodio, concepito soprattutto in nome del mero merchandising. “Cars 2” sfreccia nelle sale e anche se visivamente è un’orgia di colori e macchinette buffe, dal punto di vista emotivo è un diesel ingolfato. Prova a partire, non ci riesce, e ti viene da pensare che pure se partirà, prima di ingranare la terza, dovrai aspettare un bel po’.

Cricchetto viene coinvolto dall’amico Saetta McQueen nel prossimo torneo di macchine superveloci dove sfreccia l’antipaticissimo e imbattuto italiano Francesco Bernulli. Saetta non ci sta alle provocazioni del pilota, e decide di dargli battaglia a suon di marce e di tornanti. Peccato che sarà proprio l’amico Cricchetto, coinvolto suo malgrado in una brutta storia di spionaggio industriale, a mettergli i… bastoni tra le ruote.

Certo è che ci vuole proprio un amore spasmodico per la Pixar per sopportare due ore e mezzo di pellicola incentrate sul personaggio di Cricchetto, l’amico scemo che ne combina di tutti i colori. Viene da chiedersi come mai questa scelta da parte di una casa di produzione che certo non deve dimostrare niente a nessuno. Questa volta però evidentemente alla Pixar hanno deciso di dar retta al solo merchandising. Dimentichiamoci quindi trame ironiche, ma intelligenti; divertenti, ma appassionanti; profonde, ma mai noiose. In “Cars 2” come già detto a farla da padrone è Cricchetto, francamente uno dei personaggi più deboli della Disney “tout court”, che viene coinvolto in una fiacca e prevedibile girandola di situazioni a metà strada tra “Una pallottola spuntata” e “Johnny English”, senza però quell'umorismo. Prevedibile, noiosetta, con poche corse e poco mordente, la pellicola si lascia vedere solo per la fiducia incondizionata, e il profondo rispetto, che si prova per la Pixar. Ma alla fine si esce comunque delusi. Difficile non definirlo un passo falso, insomma, questo “Cars 2”, ma è ciò a cui si pensa alla fine della proiezione. Alla regia manca l’elemento umano presente in tutti gli altri film della Pixar, da “Ratatouille” a “Wall-e”, passando per “Monster & co” e “Toy story”. Sicuramente una scelta voluta, ma non condivisibile perché alla fine della gara, in questa corsa sfrenata tra macchinine, a vincere non è il divertimento di chi sta al gioco, ma il giocattolo stesso.

Diego Altobelli (06/2011)

martedì 21 giugno 2011

The conspirator

Anno: 2011
Regia: Robert Redford
Distribuzione: 01 Distribuzione

Dopo “Leoni per agnelli” Robert Redford torna a fare una digressione sull’America. Non quella di oggi, ma quella del passato con “The conspirator”, un film inchiesta ai tempi di Lincoln che crea un curioso continuum narrativo.

Washington, 1865. Alla morte di Abramo Lincoln viene incriminato per l’omicidio l’attore John Wikes Booth. L’inchiesta porta all’arresto di altre persone che secondo l’accusa hanno complottato contro gli Stati Uniti d’America. Tra queste c’è Mary Surratt la quale si dichiara innocente. La sua difesa verrà affidata all’eroe di guerra Frederick Allen, che però non le crede…

Quando Redford torna dietro la macchina da presa lo fa con cognizione di causa. Il tema che sceglie, il film che realizza, persino gli attori, tutto è preparato a dovere affinché, insieme a una trama portante, emerga anche un incisivo sotto testo filmico. Lo aveva fatto con “Quiz Show”, dove criticava amaramente il mondo della televisione, e più avanti con “Leoni per agnelli”, dove la deludente opera militare americana in Afghanistan si palesava nei dialoghi serrati. E lo ha fatto di nuovo con “The conspirator”, dove Robert Redford fa emergere tutti i suoi dubbi sulla gestione della giustizia in America. Va detto che la questione non è nuova al cinema e che altri registi prima di lui si sono cimentati sul problema. Pensiamo a Eastwood con “Fino a prova contraria” o al più recente “The Changeling”; pensiamo anche a thriller come “Presunto innocente” di Alan Pakula; o infine a “J.F.K – Un caso ancora aperto” di Oliver Stone, con cui questo “The conspirator” ha pure dei punti in comune.

Venendo più al film in questione, “The conspirator” si discosta fin dalle prime battute dal mero esercizio scolastico. Redford propone invece una analisi suggestiva sul popolo americano. In questo caso, infatti, ciò che colpisce è la fredda maniera con cui il regista descrive ciò che è intorno al processo. Le battute, le ipocrisie, i pregiudizi, atteggiamenti sociali di un popolo che, sembra suggerire il regista, si muove per paura. La paura e la voglia di vendetta, di fare giustizia, sovrasta qualunque altra condizione umana. Difficile, vedendo il film, non dargli ragione. E questa lettura, a voler essere cattivi, potrebbe giustificare il pessimo successo che il film ha riscosso in patria.

Ottimo il cast, e anche questa forse non è una novità. James McAvoy dimostra una versatilità notevole, se pensiamo che recentemente ha interpretato Charles Xavier nel fumetto “X-men: l’inizio”. La brava Robin Wright sembra recitare il ruolo di una vita: notevole il suo carisma. Il resto si conforma ai due, anche grazie a una ricostruzione storica da applausi.

Redford, tra dramma teatrale e dramma giudiziario. In un’aula di tribunale piena di ombre echeggia i teoremi di indicibilità assoluta filosofeggiati da Gödel, portando come prova la morte dell’assistita. Come a dire che la sua non è un’opinione, ma storia.

Diego Altobelli (06/2011)