venerdì 19 dicembre 2008

Madagascar 2

Anno: 2008
Regia: Eric Darnell e Tom McGrath
Distribuzione: UIP

I quattro eroi del primo Madagascar tentano di fuggire per tornare nella civiltà. Ma nemmeno a dirlo l’aereo sgangherato su cui si trovano precipita nel cuore dell’Africa. Poco male, comunque, il leone Alex avrà modo di scoprire qualcosa di più sulle sue origini…

Non poteva mancare questo Madagascar numero 2, in attesa del terzo episodio, già annunciato, che sarà totalmente realizzato in 3D, e di un film con protagonisti assoluti i pinguini agenti segreti che rimangono, anche in questo secondo capitolo, interpreti di uno dei momenti più divertenti della pellicola.
Tecnicamente il film non si discosta molto dal primo episodio con disegni spigolosi e un generale character design dinamico, anche per quel che riguarda il resto dei personaggi a opera di Shannon Jeffries.
La sceneggiatura, piuttosto altalenante, passa da momenti più divertenti ad altri meno, complice anche la scrittura a sei mani, aggiungendosi ai già collaudati Eric Darnell e Tom McGrath, l’Ethan Cohen del divertentissimo Tropic Thunder.
Nella musica troneggia il black sound, con un momento spassoso in cui il leone si improvvisa ballerino da strada.
Ottimo il cast inglese, con le voce tra le altre di Alec Baldwin, David Swimmer e Ben Stiller. Sul cast italiano, invece, sorvoliamo...

Diego Altobelli (12/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1982

Ember - Il mistero della città di luce

Anno: 2008
Regia: Gil Kenan
Distribuzione: Eagle Pictures

Tratto dall’omonimo romanzo – il primo di una serie di quattro realizzati negli anni Ottanta dalla scrittrice Jeanne Duprau – “Ember – Il mistero della città di luce” giunge nelle sale volendo rompere l’oscuro medioevo cinematografico fatto di cinepanettoni e commedie a buon mercato, portando il fievole chiarore di un fantasy retrò. Diretto da Gil Kenan (“Monster House”), sceneggiato da Caroline Thompson (la stessa dei film di Tim Burton) e prodotto niente meno che da Tom Hanks: per “Ember” i numeri sembrano esserci proprio tutti.

L’umanità si è rifugiata nelle profondità della Terra a causa delle radiazioni nucleari. Lì, è proliferata Ember: città - rifugio che grazie a una fitta serie di tubature e generatori di correnti possiede un autonomia di circa duecento anni. Questi però stanno finendo. I frequenti black out diventano la molla per tre ragazzini - Lina, Doon e Poppy – di iniziare una sorta di avvincente caccia al tesoro per scoprire il modo per fuggire da Ember e risalire in superficie. A detta di tutti gli abitanti e del perfido sindaco: una follia il solo immaginarlo...

In realtà questo Ember non è affatto male. Magari sa di già visto; probabilmente, guardandolo, vi ricorderete di talune giostre fatte ai parchi giochi in infanzia; o, chissà, non vi convinceranno certi meccanismi narrativi, un poco forzati, per far si che i tre protagonisti risalgano in superficie: però effettivamente questo Ember, alla fine, piace.
La regia di Gil Kenan, esaurita nella prima mezz’ora la pratica “spiegazione del dove ci troviamo e del perché”, va in crescendo confezionando un prodotto che tra una metafora socialista della società e il tema del contrasto tra conservatori e reazionari - riferiti a elementi presenti nei romanzi - si lascia vedere anche contando sull’effetto sorpresa finale. Ovvero: cosa ci sarà in superfice?
Rimangono sospese alcune sottotrame, e nell’ardore di fuggire il più in fretta possibile da Ember, sia i personaggi che il regista si dimenticano per strada alcuni particolari non proprio trascurabili dal punto di vista narrativo. Ma alla fine il film è fatto: una nuova luce nasce all’orizzonte e l’happy ending è assicurato.
Meno male: avevamo temuto per un momento che i magnifici Martin Landau, Bill Murray e Tim Robbins avessero partecipato al film sbagliato.

Diego Altobelli (12/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1980

lunedì 1 dicembre 2008

Qualcuno con cui correre

Anno: 2008
Regia: Odded Davidoff
Distribuzione: Medusa

David Grossman, autore israeliano dalla penna sensibile, ha iniziato la sua carriera come scrittore nel 1983 con il romanzo "Il sorriso dell’agnello". Per lo scrittore la notorietà arriva solo nel 1988 con "Vedi alla voce: amore", ma in Italia dobbiamo attendere il 2005 per poterlo leggere, anno in cui la Mondatori inizia la pubblicazione del primo della lunga serie di libri da lui scritti.
Tra i temi ricorrenti e trattati nei suoi romanzi c’è la guerra, la condizione politica del suo Paese, e l’adolescenza e il mondo dei ragazzi. Proprio quest’ultimo genere della narrativa lo vede impegnato anche nella scrittura di "Qualcuno con cui correre", storia di due adolescenti che si cercano per le vie di Gerusalemme "combattendo" contro le tentazioni della droga.

Assaf è un giovane ragazzo che per guadagnare qualche soldo durante l’estate, si impegna a ritrovare i padroni di cani smarriti. Proprio trascinato dal cane Dinka, Assaf ripercorre i luoghi tracciati da Tamar, ragazza mascolina con la passione per la musica. Di lei si sono perse le tracce, ma Assaf scopre, poco a poco, che la ragazza è precipitata in un brutto giro di spaccio...

Odded Davidoff è regista reduce da numerosi cortometraggi. Il tentativo da parte sua di trasporre sul grande schermo il testo di Grossman, affatto lineare e dalla lettura non facile, riesce a metà. Purtroppo, infatti, domina ancora l’impostazione da regista di cortometraggi. Una eredità che lo condiziona attraverso un montaggio veloce, stacchi improvvisi e una sceneggiatura non profonda.Inoltre, a questi aspetti non proprio soddisfacenti, si aggiunge quello dei tagli effettuati sul romanzo, una scelta stilistica che omette alcuni passaggi narrativi rendendo il racconto un pò troppo didascalico.Un film riuscito a metà, sia dal punto di vista della regia, ancora troppo modesta per poter essere presa davvero sul serio, sia dal punto di vista della trama, a conti fatti piuttosto lacunosa rispetto al libro di Grossman.
Lì c’era una favola metropolitana suggestiva, commovente, universale. Qui un film sentimentale romantico, ma poco coinvolgente.

Diego Altobelli (12/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/qualcunoconcuicorrere.htm

Incontro con Jeffrey Katzemberg e il futuro del 3D...

Jeffrey Katzemberg alla presentazione di Monsters vs Aliens:
"Sono felice di essere qui, oggi, a parlare di una cosa che mi entusiasma tantissimo. Siamo di fronte a una nuova rivoluzione nel Cinema. Dopo l'arrivo del sonoro, dopo l'arrivo del colore, e a distanza di più di 70 anni da queste grandi innovazioni, possiamo affermare di essere alle soglie della tecnologia 3D, che darà a tutti la possibilità di far parte, letteralmente, dei film.
Sia chiaro, non sto parlando di quegli occhialetti di cartone rossi e blue che ci rendevano tutti un po' ridicoli… sto parlando di qualcosa di completamente diverso. Gli occhiali che indosseremo adesso sono figli di una tecnologia avanzata che non creano alcun fastidio, e che non si sentono addosso. Prima avevamo diversi tipi di proiettore e questo influenzava la resa del film, prima ancora della resa del primitivo 3D. Ora la parola chiave è digitale e possiamo contare su un unico proiettore che garantisce immagini eccezionalmente chiare.
La tecnologia digitale ci ha permesso di essere affianco di Spider-Man e King Kong, e negli ultimi anni abbiamo fatto passi da gigante anche nel suono. Proprio sotto questo punto di vista ritengo che attualmente il 2D equivale al vinile per i dischi. Ecco perché il 3D darà nuova linfa vitale al cinema e nuovo entusiasmo agli spettatori. Tutti, tutti, i nostri futuri film saranno realizzati con questa nuova tecnologia che si chiamerà "INTRU-3D". Normalmente si faceva il 3D in post-produzione, aggiungendo delle scene a dei film concepiti in 2 dimensioni. Oggi abbiamo la possibilità di concepire un film totalmente in 3D. Potremmo utilizzare questa nuova prospettiva per dare nuove funzioni a tecniche di regia come la panoramica, ad esempio, o la soggettiva. Saremo dentro il film. Grandi registi come Peter Jackson, Steven Spielberg, George Lucas o James Cameron stanno preparando film concepiti con questa nuova tecnologia. Questo alimenterà la tendenza e in breve, ne sono certo, tutti i cineasti del mondo useranno il 3D.
Il 3D è la rivoluzione di questo secolo, "Mostri contro Alieni" è solo l'inizio."

Alla fine di questo lungo monologo iniziale, Jeffrey Katzemberg, portavoce della Pixar, nonché uno delle più importanti figure nel mondo dell'animazione digitale, lancia tre spezzoni, o sequenze, tratte dal prossimo film, in uscita a maggio, dal titolo "Mostri contro Alieni". Gli spettatori in sala, per lo più giornalisti, ma anche qualche studente di liceo, si infilano gli occhiali in dotazione all'entrata e si gustano lo spettacolo.
- Prima scena: Un bizzarro ed eccentrico presidente degli Stati Uniti incontra, in una cerimonia che richiama il celebre "Incontri ravvicinati del terzo tipo", il gigantesco alieno: un mastodontico uovo con un solo occhio. Si sorride. Resa del 3D davvero efficace, con la salita della scalinata del presidente a dir poco vertiginosa (immaginate di vedere dall'alto la lunghissima scala che si stacca dallo schermo, mentre il personaggio sale stancamente). L'occhio del ciclopico alieno sembra venirti incontro. Intorno ai due protagonisti della scena, militari ed elicotteri che si staccano letteralmente dallo schermo dando la momentanea illusione di camminare e muoversi davanti a te, qualche posto più avanti. Incredibile.
- Seconda scena: I protagonisti della storia, una donna gigante, una specie di slime, un medico cavalletta, un grande insetto e un anfibio non identificato, doppiati da attori del calibro di Hugh Laurie, Reese Witherspoon e Seth Rogen, stringono amicizia all'interno di uno spazioso hangar. Carina e nulla più la sceneggiatura, e si ha la sensazione che i protagonisti di "Monsters & Co." fossero più simpatici ed incisivi. Comunque, anche questa volta la resa del 3D è buona. Meno entusiasmante che nella prima scena, anche a causa della location poco felice: un hangar metallico chiuso e piuttosto claustrofobico.
- Terza scena: Primo combattimento tra l'alieno a forma di uovo e il gruppo di mostri. Una avvincente scena d'azione. La città ti viene incontro, e quando il ponte in cui si confrontano i vari mostri e alieni comincia a cedere, le automobili cominciano a cadere fuori dallo schermo e le esplosioni ti mandano contro detriti e sassi. Davvero una bella scena ad effetto.

Commento


L'innovazione in 3D non è una novità, malgrado l'entusiasmo spasmodico con cui Jeffrey Katzemberg ha presentato l'intero progetto. Inutile negarlo. Però è altresì inutile negare quanto questa volta il passo in avanti sia innegabile rispetto agli esperimenti piuttosto maldestri come quelli visti negli anni Sessanta, o le pellicole di genere che proponevano brevi sequenze e nulla più. L'era digitale e la nuova tecnologia rende in modo incredibile l'effetto 3D, e non ci riferiamo solo agli effetti "facili" come le già inflazionate esplosioni. Quello che davvero affascina lo spettatore e vedere elicotteri volteggiare fuori dallo schermo; veder passare in primo piano, ma proprio davanti a te, personaggi secondari mentre due protagonisti parlano sullo sfondo; oppure, con l'aiuto di una soggettiva, ritrovarsi a fronteggiare un mostro che fa uscire sputacchi alieni dalla bocca.
Inutile però nascondere anche lo scetticismo, in questo caso motivato da due fattori. Il primo è che a conti fatti, ci troviamo di fronte i "soliti" occhialetti che (ma questo vuole essere un giudizio personale e nulla più) creano una antipatica sensazione di non naturalità nella visione dello spettacolo oltre che stancare la vista, e per me che già porto i miei di occhiali non è cosa da sottovalutare. La seconda, ma sia chiara nello scritto la natura provocatoria dell'affermazione, è che tutto questo bisogno da parte di case di produzione come Pixar e Disney, o più in generale del Cinema, di imporre su tutti il 3D, forse, non si sentiva. Viene in mente piuttosto che questa volta, a differenza di tutti gli altri esperimenti fatti col 3D, una grande casa di produzione ha il potere di imporre il proprio volere al mondo cinematografico, e ci sta provando con ogni mezzo.
E comunque, andando oltre anche queste congetture da "ipotesi di complotto", permangono problemi come l'aumento del biglietto (di circa 5 euro); la resa dell'effetto 3D che comunque dipende sempre dalla giusta distanza da cui si vede il film e dalla giusta illuminazione della sala; e la scomodità (fatemelo dire ancora) di indossare un paio di occhiali, magari sopra i propri. Secondo Katzemberg anche questo sarà ovviato: la Luxottica infatti sta creando un nuovo tipo di occhiali capaci di adattarsi "automaticamente" al 3D dei cinema. Mah, sarà vero. E mentre 1500 sale negli Stati Uniti hanno aderito al progetto, ci si chiede quante sale faranno lo stesso in Italia o nel resto del mondo.

La verità è che non ci resta che attendere, piangendo anche la preannunciata fine del 2D, quello che forse è, scetticismo a parte, un passo obbligato verso la cosiddetta Realtà Virtuale e un nuovo, più fantascientifico, Cinema.

Diego Altobelli (12/2008)

Never Back Down - mai arrendersi

Anno: 2008
Regia: Jeff Wadlow
Distribuzione: Medusa

Se togliessimo a Karate Kid tutta la menata orientale di filosofia spicciola e confucianesimo a buon mercato, ci rimarrebbe un film di arti marziali poco credibile e con un ritmo da gita al parco con tutta la famiglia: zero tensione. Non accadde nel lontano 1984, a Ralph Macchio e al mitico sensei Pat - "toglilaceramettilacera" – Morita, e non è accaduto per molti anni a decine di film che, volenti o nolenti, dal film di John G. Avildsen hanno preso tutto o quasi: trama, intreccio, personaggi e persino il lieto fine. E' esattamente quello che invece, purtroppo, è accaduto al film dell'esordiente Jeff Wadlow dal titolo aggressivo di "Never Back Down - Mai arrendersi": un film di genere arti marziali scritto e girato su misura per gli adolescenti di oggi.

Jake Tayler, giocatore di football dal carattere impulsivo e con un "destro micidiale", è costretto a cambiare scuola e trasferirsi con la famiglia a Orlando, per venire incontro alla borsa di studio vinta dal fratello minore per le capacità dimostrate nel tennis. Jake, invece, non sembra avere grandi capacità se non quelle direttamente collegate alla lotta da strada. Notato da un maestro di MMA (un'evoluzione del vecchio full contact) dal passato tormentato, Jake verrà iniziato all'arte del combattimento. Le regole sono sempre le stesse: respirazione, concentrazione, e non sfruttare mai gli insegnamenti dettate da quell'arte micidiale fuori dal ring della palestra...

Un film dalle sottotrame inespresse. Infatti nelle sue due ore piene di girato, constatando la carenza di temi da trattare "Never Back Down" ricorre a intermezzi poco interessanti e piuttosto pretestuosi su personaggi secondari o a volte perfino marginali, senza però concluderne il discorso iniziato. Per il resto è la solita roba. Pugni, calci, schivate, una storia d'amore adolescenziale quanto inconsistente, un tipo cattivo, un maestro, e poi ancora pugni, calci e schivate. Poca roba, insomma.
Unica curiosità e' data dall'incredibile somiglianza del giovane attore protagonista Sean Farris con la stella Tom Cruise.
No, nient'altro da segnalare.

Diego Altobelli (12/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1971

Max Payne

Anno: 2008
Regia: John Moore
Distribuzione: 20th Century Fox

Figlio di un videogioco minore, così potremmo intitolare questo articolo, perché in effetti è proprio cio’ che si evince dalla visione di “Max Payne”, diretto con piglio sonnacchioso dal regista John Moore.

Il poliziotto Max Payne è rientrato troppo tardi a casa per fermare l’omicidio efferato della moglie e della figlia. Il senso di colpa, aumentato dal fatto di non essere riuscito a risolvere il caso lo dilania. Max si ubriaca ogni notte, lavora senza scopo e non ha amici o amori, pur essendo trascorsi diversi anni dall’accaduto. Quando però cominciano a morire spacciatori legati al traffico di una misteriosa droga denominata “Angel”, Payne agguanta il distintivo, indossa il giubbotto antiproiettile, impugna il fucile a pompa e inizia l’indagine…

Peccato per questo Max Payne che poteva contare su una trama evocativa, anche se molto scontata, e un cast azzeccato. Mark Wahlberg fa del suo meglio, infatti, per far decollare il film, aiutato anche dal fisico e dalle movenze della “bondiana” Olga Kurilenko, ma purtroppo l’attore protagonista di “E venne il giorno…” e di “The departed” evidentemente è salito sull’aereo sbagliato. Lento, terribilmente annoiato a causa di una trama funzionale per un videogioco ma terribilmente fiacca sul grande schermo, “Max Payne” da videogame “sparatutto” diventa quasi un film intimista sulla capacità dell’uomo di sopperire ai suoi sensi di colpa. A una impostazione drammatica troppo ambiziosa si aggiunge poi una recitazione resa debole da una sceneggiatura poco credibile e una fotografia gotica dalla dubbia efficacia.

Diego Altobelli (12/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1972

lunedì 17 novembre 2008

Il viaggio dell'amico Mauro Corinti


Segnalo con estremo piacere il blog-diario di un mio caro amico fotografo, Mauro Corinti, in viaggio per le terre messicane...

http://maurocorinti.wordpress.com/

Si ha la sensazione, leggendolo, di stare imparando con lui: la fotografia, l'immagine e la vita.

Un abbraccio,
.d

lunedì 3 novembre 2008

Si può fare

Anno: 2008
Regia: Giulio Manfredonia

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Anteprima

Diretto da Giulio Manfredonia "Si può fare" si rivela, a sorpresa, essere film caratterizzato da ironia pungente e sagace.

Anni Ottanta. In seguito alla legge Basaglia, che dispose la chiusura di tutti i manicomi, un gruppo di malati di mente si ritrovano senza lavoro e senza futuro. Aiutati da un sindacalista, tenteranno il reinserimento nel mondo del lavoro, dando vita a tutta una serie di contraddizioni ed equivoci...

Piaciuto alla critica del terzo Festival del Cinema di Roma, "Si può fare" si districa con agilità tra l’essere commedia ed apparire come film di denuncia.
Come affermato dallo stesso regista, "Si può fare" mira ambiziosamente ad essere continuazione ideale del film "Qualcuno volò sul nido del cuculo" del premiato Milos Foreman. Le similitudini con il capolavoro del 1975 si fermano però all’idea di fondo e alle intenzioni di denuncia sociale, tra l’altro molto diverse sul piano contenutistico. Più simile per ritmi e toni narranti, invece, a "Quattro pazzi in libertà" di Peter Boyle del 1989 con un grande Michael Keaton. Il personaggio dello psichiatra molto aperto di vedute che nel film di Boyle portava quattro matti a una partita di baseball, nel film di Manfredonia viene incarnato dal sindacalista Claudio Bisio, indiscusso padrone del palco come delle risate del pubblico. Tra il cast anche Bebo Storti e Anita Caprioli.
Si ride, insomma, ma non montiamoci la testa.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbnovita/novita.php?id=652

RockNrolla

Anno: 2008
Regia: Guy Ritchie

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Proiezione Speciale

Torna Guy Ritchie in una spregiudicata commedia nera, caratterizzata da tutti quegli elementi che hanno reso famoso il regista londinese, da "Lock and Stock" fino a "The Snatch - Lo strappo".
La trama di "RockNrolla" ruota intorno al mercato dell'edilizia, settore che attira malavitosi di ogni genere. Quando la rock star Johnny Quid, figlio di un potente malavitoso, entra in possesso di un quadro di grande valore, i nemici di suo padre si mettono sulle sue tracce dando vita a una guerra tra gangster...

Per la regia di "RockNrolla" Guy Ritchie unisce ritmo frenetico a musiche metallare, condendo il tutto con una sana dose di violenza gratuita e dialoghi degni dei peggiori bassifondi londinesi. Il risultato è un film irrequieto e confuso. Come nel già citato "The Snatch", Ritchie fa muovere sullo schermo decine di personaggi, tutti assetati di denaro e potere, senza però dare alla trama la giusta continuità narrativa. La debole storia d'amore tra il protagonista Gerard Butler (il Leonida di "300") e la bella Thandie Newton ("Mission: Impossible 2"), inoltre, che dovrebbe spezzare un poco il ritmo esagitato del film, non raggiunge lo scopo e al contrario si ricorda per la scena di sesso più "veloce" nella storia del Cinema.
Guy Ritchie, insomma, non si smentisce. "RockNrolla" è un film poliziesco nero che non aggiunge nulla di nuovo alla sua filmografia. L'utilizzo sincronizzato di musica e violenza non basta a salvare una pellicola ispirata, come rivelato dallo stesso regista, al personaggio controverso di Pete Doherty, compagno di Kate Moss. Un po’ poco.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbnovita/novita.php?id=650

JVCD

Anno: 2008
Regia: El Mechri

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Proiezione Speciale

Jean Claude Van Damme, nel ruolo di se stesso, tornato in Belgio per prendersi una vacanza dal lavoro e riflettere sulla propria vita, rimane coinvolto in una rapina ai danni di un Ufficio Postale. Cercare di convincere la Polizia della sua innocenza non sarà facile...

Interessante variazione sul tema dell’identità. "JVCD" - dalle iniziali dell’attore protagonista - è il film – confessione di un attore che, dopo aver raggiunto l’apice del successo, tira le somme del proprio percorso di vita. La scena più significativa del film è infatti quella in cui vediamo Van Damme sganciarsi dal film per esser trasportato da un carrello sopra il set. Lì, in un momento di intimità con il pubblico, l’attore Belga si confessa, commuovendosi, ricordando i propri eccessi con la droga e la sua carriera come attore. Scena toccante, ma un po’ troppo ambiziosa, tanto da apparire più come una specie di "mea culpa" nei confronti del proprio Paese, il Belgio, da cui se ne andò per cercare fortuna a Hollywood.
Il regista Mabrouk El Mechri, al suo quinto lungometraggio, gioca con il flashback, tornando indietro spesso nello svolgimento della trama per poi ricongiungersi al tempo presente. La sceneggiatura si dimostra invece capace di ironizzare con efficacia su molti luoghi comuni del genere "action" e di prendersela, non senza un pizzico di cattiveria, soprattutto con John Woo (regista cui il primo film hollywoodiano fu "Senza tregua", con lo stesso Van Damme), e Steven Seagal.

Nella parte del cattivo troviamo Zinedine Soualem, che ricorda volutamente il Sal di "Quel pomeriggio di un giorno da cani" interpretato da John Cazale, scomparso poi nel 1978.
Osannato dalla critica al terzo Festival del Film di Roma, "JVCD" è invece un film altalenante: in certi momenti diverte molto, in altri annoia e, sostanzialmente, sfugge, come una barzelletta di cui si è perso l’inizio.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbnovita/novita.php?id=643

Easy Virtue

Anno: 2008
Regia: Stephen Elliot

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Anteprima e In concorso

Stephen Elliot, regista del provocatorio "Priscilla – Regina del deserto", torna alla regia riscoprendo una commedia del 1924 scritta da Noel Coward e dal titolo "Easy Virtue". Ne viene fuori una commedia sofisticata, ambientata negli anni Trenta, sulla libertà e la difficoltà del rapporto genitori - figli.

Anni Trenta. Larita, sposata al giovane John Whittaker, ha mancato d’un soffio la possibilità di diventare la prima "campionessa" nella storia delle corse automobilistiche. La sua vittoria, infatti, è stata annullata per una scorrettezza inesistente fatta ad un altro pilota. Quando John la porta nella casa di Londra per presentarla alla sua famiglia, iniziano i guai. La madre del ragazzo infatti non tollera i modi emancipati della giovane pilota...

Il melodramma "Easy Virtue" era stato già notato da un giovanissimo Alfred Hitchcock che nel 1928 l’aveva adatta per il suo secondo lungometraggio. La versione di Stephen Elliot è un buon esempio di commedia sofisticata e adattamento di un testo teatrale al cinema. Il regista, mantenendo intatta la traccia iniziale, si serve soprattutto della colonna sonora per alleggerire i toni piuttosto drammatici che caratterizzavano gli scritti di Coward. Persino riadattando, nello stile degli anni Trenta, alcuni pezzi contemporanei come "Sex bomb" di Tom Jones. Un uso intelligente del sonoro, quindi, raramente visto al cinema e che vede la partecipazione canora anche degli attori protagonisti Jessica Biel e Ben Barnes.
Ottimi gli interpreti, tra cui oltre i citati Biel e Barnes spiccano la grande Kristin Scott Thomas e il buon Colin Firth, che con brio danno vita alla frizzante sceneggiatura, efficace e mai banale, densa di humour inglese.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbnovita/novita.php?id=642

Un gioco da ragazze

Anno: 2008
Regia: Matteo Rovere

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - In concorso

Il soggetto del bullismo scolastico in chiave femminile era intrigante, tratto dall’omonimo romanzo di Andrea Cotti. Malgrado questo assunto il nuovo film di Matteo Rovere “Un gioco da ragazze” arriva a malapena a sfiorare la sufficienza.
Dopo un inizio interessante e ordinato sul piano formale della messa in scena, in cui assistiamo alle bravate adolescenziali delle tre protagoniste e all'introduzione del personaggio cardine del professore (un bravo Filippo Nigro), il film degenera in fretta, mandando all'aria tutti quei presupposti narrativi che avrebbero fatto di “Un gioco da ragazze” un interessante film di genere. Matteo Rovere presenta situazioni “al limite” senza dargli l'onesta prosecuzione che ci si aspetterebbe, finendo per “gettare la spugna” di fronte la fragile sceneggiatura.

Guardando il film di Rovere si ha la sensazione che nel realizzare il film qualcuno abbia pensato che qualche scena di sesso gratuito e un intreccio improbabile tra studentesse e professore, sarebbero bastati a rendere il film quanto meno vedibile. Così non è, naturalmente, e il cinema italiano ha invece dimostrato, ancora una volta, di aver assoluto bisogno di ripassare le basi del mestiere. Ricominciare da storie semplici, purché siano storie con un soggetto, un verbo e un complemento, e non il solito tentativo di apparire autoriale senza comunicare nulla di davvero sensato: né per trama, né per contenuti.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbnovita/novita.php?id=630

Cliente

Anno: 2008
Regia: Josiane Balasko

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - In concorso

Il tema della prostituzione maschile è al centro della provocatoria commedia di Josiane Balasko dal titolo “Cliente”.
La trama: Judith, cinquantenne annoiata, trova compagnia in un giovane “escort” di nome Marco. Ben presto la donna diventa cliente abituale del ragazzo e finisce per innamorarsi di lui. Poi un giorno Judith viene fermata da una ragazza, moglie di Marco...

Record d’incassi in Francia dove il pubblico pare aver apprezzato il film proprio per la presenza di due temi così allo stesso tempo attuali e scottanti: da una parte la prostituzione maschile, dall’altra il tema della solitudine della donna nella terza età. La regia di Balasko, già autrice dell’omonimo romanzo dalle 200.000 copie vendute, si fa apprezzare per il ritmo e la sceneggiatura, due elementi che, quando vanno di pari passo come in questo caso, riescono a lasciare il segno. Davvero “grande” la protagonista femminile Nathalie Baye già vista in “Una relazione privata”, che risulta penetrante e sempre seducente.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbnovita/novita.php?id=630

Iri

Anno: 2008
Regia: Zhang Lu

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - In concorso

Nel 1978 nella stazione ferroviaria di Iri, in Corea, un’esplosione coinvolse, uccidendole, centinaia di persone. A trenta anni da quell’attentato, il regista Zhang Lu gira un sentito film drammatico che vuole sottolineare quanto quel fatto di sangue abbia pesato sullo sviluppo culturale della Corea.

"Iri" è un film fortemente coreano. Al popolo della Corea si rivolge, e difficilmente uno spettatore occidentale, estraneo ai fatti di sangue cui il film fa riferimento e ignorante su quanto pesi la cultura cinese al popolo coreano, riuscirà a capirne il senso e le vere intenzioni.
La regia di Zhang Lu, stimato regista di "Desert Dream" e "Grain in ear", è di quelle che hanno, per dirla chiara, l’inquadratura fissa: come se ogni scena fosse un palco teatrale al cui interno si muovono, troppo spesso silenziosamente, gli attori. Tutte le scene, inoltre, hanno l’unico scopo di essere un forte atto di accusa sia contro la prepotenza culturale cinese in Corea, sia contro lo stesso Paese che non riesce a imporsi, mancando di una vera e propria identità culturale. Esemplificative in tal senso le scene in cui la protagonista viene stuprata in pieno giorno da un insegnate di lingua cinese; o la scena della fellazio in un locale di Karaoke, dove (mi appoggio al suggerimento del collega Mauro Corso) per l’appunto il termine "karaoke" lascia intendere nella lingua coreana il rapporto orale. E così si prosegue in questo gioco di metafore, dove persino vediamo un personaggio impiccarsi con alle spalle l’enorme bandiera coreana; o un altro, arabo, maltrattato a sua volta dalla polizia coreana.

Malgrado però vengano comprese le intenzioni di protesta del regista, il film risulta comunque fortemente indigesto. La critica di Zhang Lu appare infatti troppo marcata e priva di sfumature, caratterizzata semmai da metafore piuttosto "concrete" e quasi volgari, inserite in una sceneggiatura quasi inesistente.
Bravi invece i due protagonisti Yoon Jin-seo, già vista nel bellissimo "OldBoy", e Eum Tae-woong, apprezzato in "Forever the moment".

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/iri.htm

Quell'estate

Anno: 2008
Regia: Guendalina Zampagni

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - In concorso

"Quell’estate" la famiglia Rienzi tornò a passare le vacanze nella vecchia casa di campagna. Per tutti i membri della famiglia, sarebbe stata l’occasione per rimettere in discussione tutta la loro vita...

Guendalina Zampagni, al suo primo lungometraggio si dimostra autrice delicata e attenta nel tratteggiare le psicologie dei personaggi. La famiglia Rienzi infatti è formata da un padre, Alessandro Haber, nevrotico eppure agguerrito nel difendere l’onore dei suoi parenti; una figlia, Diane Ferri, perennemente in difficoltà nel gestire i rapporti con i propri fidanzati; un figlio, Jacopo Troiani, che vive i dolori del suo primo amore; e una madre, ben interpretata da Pamela Villoresi, determinato capo di famiglia. Il nucleo famigliare descritto è di quelli in cui è facile immedesimarsi e rivedersi, con le loro ansie, le preoccupazioni, i loro silenzi e le loro liti improvvise. Tutti questi aspetti sono i pilastri portanti della sceneggiatura, che avvolge lo spettatore in un tepore visivo fatto di rievocazioni. Interessante, a proposito, l’utilizzo non banale che la Zampagni fa del "flashback", usufruendo anche delle belle musiche - colonna sonora interamente composta da pezzi famosi degli anni Ottanta – e soprattutto delle note malinconiche di "Anima fragile" di Vasco Rossi. Un autentico tuffo nel passato, insomma.
Un film discreto, quindi, nulla di "trascendentale", ma un buon esordio alla regia.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/quellestate.htm

Lol

Anno: 2008
Regia: Lisa Azuleos

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Alice nella città

Oltre venti anni dopo "Il tempo delle mele" Sophie Marceau torna a parlare di adolescenti e crisi sentimentali. Oggi nel ruolo di una madre che ha a che fare con i turbamenti emotivi della figlia Lol, ragazzina ai primi anni di liceo e alle prime esperienze sentimentali.
Il film di Lisa Azuleos fa centro: sia dal punto di vista della narrazione, nel descrivere le inquietudini dei protagonisti; sia visivamente, ricorrendo a idee interessanti e al "passo con i tempi" - come ad esempio le sovrapposizioni di varie applicazioni PC come Messanger, strumenti che i protagonisti utilizzano spesso.
Inoltre la sceneggiatura, serrata e credibile, diverte ed è di facile immedesimazione, mancando di quella presunzione che invece caratterizza altri film dello stesso genere. Difatti, qui la regista francese non vuole "scioccare" lo spettatore con tematiche gravi e seriose, ma più semplicemente raccontare il mondo di oggi, giovanile e non, in modo onesto e senza ricorrere a sensazionalismi.
La "Lol" del titolo (da una sibillina contrazione del termine "lolita"), una giovanissima Jocelyn Quivrin che tiene testa ad una magnifica Sophie Marceau, è una ragazza che vive le proprie emozioni con semplicità e romanticismo, senza lasciarsi andare a colpi di testa, ma comprendendo pienamente le regole del gioco chiamato Amore. Proprio questa consapevolezza, che condivide sia con i personaggi del film che con il pubblico, è il vero motore del film.
I tempi sono cambiati, sembra suggerire la regista, e mentre nel citato "Il tempo delle mele" la distinzione tra adulti e adolescenti era netta, oggi questa divisione si è fatta più sfumata e meno evidente. Ecco quindi svelato il mistero dietro i turbamenti dei giovani d'oggi, e a ben vedere non era poi nemmeno un gran mistero.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/lol.htm

L'Heure d'Ete

Anno: 2008
Regia: Olivier Assayas

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Proiezione Speciale

Olivier Assayas torna con grande stile al cinema con un lungometraggio a tema famigliare toccante, quanto elegante.

Un lutto improvviso colpisce una famiglia dell'alta borghesia francese. Resosi conto di non poter usufruire della casa di campagna, rifugio oltre che di ricordi anche di preziosi oggetti d'antiquariato, i figli della donna scomparsa decidono di venderla.
Sarà un'occasione per riunirsi, prima di tornare nuovamente lontani...

A colpire lo sguardo, questa volta, è l'attenzione che Olivier Assayas riserva agli oggetti e alla scenografia, parte integrante della trama: molti "pezzi" di antiquariato, tra quadri e mobilio, che assurgono a ruolo di contenitori di conoscenza e ricordi.
Attorno a loro si muovono infatti i personaggi che si interrogano sulle loro vite da adulti, e sul peso delle loro future scelte grazie a una sceneggiatura che dà la sensazione d'esser sospesa e quasi impalpabile.
La regia di Assayas, che ci ha abituato a vere ispirazioni di tipo sperimentale (basti pensare al finale di "Imma Vep" o ai movimenti di camera in "Demonlover"), questa volta è regale, elegante e austera e senza guizzi di tipo artistico.
Vale la pena, infine, spendere due parole sulla recitazione del cast: Juliette Binoche, Charles Berling e Jeremie Renier interpretano con forza la parte di tre fratelli messi di fronte la morte della madre, una splendida Edith Scob, tratteggiando un ritratto di famiglia complesso e crepuscolare. Un film quasi bergmaniano, dove il trascorrere del tempo si concilia con la rassegnazione di sentirsi vivi.
Olivier Assayas ha nuovamente lasciato il segno nel mondo del Cinema.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/lheuredete.htm

Opium War

Anno: 2008
Regia: Siddiq Barmaq

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - In concorso - VINCITORE DEL MARCO AURELIO D'ORO per la Critica

Siddiq Barmaq, dopo il premiato "Osama", presenta "Opium War", film dall'assunto intrigante e dalla messa in scena di tipo teatrale.

Un elicottero precipita in territorio afghano con due americani a bordo. Scorpion, un bambino che vive in un carro armato semi distrutto, li trova e comincia ad aiutarli a rimettersi in sesto. La sua famiglia, però, non è d'accordo e per i due soldati comincia una lotta per la sopravvivenza in mezzo al deserto.
"Opium War" è una commedia, strano a dirsi, molto "teatrale".

Un'unica vera scena: il deserto; pochi personaggi, che si alternano sullo schermo senza mai sovrapporsi; e dialoghi sparsi, con molte pause silenziose tra l'uno e l'altro, e che si interrogano sulla vita e la morte. Qualche idea decisamente buona invece la troviamo nella regia vera e propria, come la sequenza in cui gli uomini afghani si travestono da donna o il campo di oppio coltivato dalla famiglia di Scorpion. Nel film di Siddiq, insomma, si crea effettivamente una singolare finzione scenica caratterizzata da una vena grottesca e auto ironica. Un approccio intelligente al cinema che ci ricorda non solo di quanto la guerra - ogni tipo di guerra - sia fondamentalmente senza senso, ma anche di come due culture così lontane siano in fondo molto simili. Basta solo, sembra suggerire il regista nelle ultime scene, trovare un linguaggio comune.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/opiumwar.htm

Os Desafinados

Anno: 2008
Regia: Walter Lima

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Occhio sul Mondo

Con "Os Desafinados", Walter Lima dirige un film tutto giocato in interni, a metà strada tra il teatro e la sit-com. Regia ben attenta a muoversi con una certa discrezione tra i vari personaggi che spesso affollano la scena, senza apparire però mai invasiva per lo spettatore.

La vera storia degli Os Desafinados, gruppo musicale che negli anni Sessanta e Settanta hanno vissuto la loro personale rivoluzione.
Dalle prime aspirazioni musicali, tra provini e audizioni, fino al viaggio in America, a New York e il loro rientro in Brasile, sotto l'occupazione militare. Il tutto raccontato attraverso gli occhi di uno dei protagonisti del gruppo...

"Os Desafinados" spiazza il pubblico. Non solo per la capacità che ha di riuscire a raccontare la complessa vicenda del gruppo musicale di cui porta il nome, ma anche e soprattutto perché riesce a trasmettere l'essenza stessa della Bossa Nova, genere musicale che negli anni in cui il film è ambientato stava prendendo piede. In mezzo alle vicende legate alla musica, non mancano gli amori e le liti tra amici e componenti del gruppo, in una spirale malinconica e commovente, caratterizzata dalla comune speranza di raggiungere il successo e la realizzazione.

Molto bravi gli interpreti, tra cui spicca il protagonista Rodrigo Santoro, già apprezzato nella serie televisiva "Lost", e la bella Claudia Abreau, dalla voce seducente e l'atteggiamento felino.
Un film molto gradevole e onesto, cui non pesano affatto le due ore di girato, e che fa ben sperare per il cinema brasiliano: in continua crescita.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/osdesafinados.htm

High School Musical 3 - The Senior Year

Anno: 2008
Regia: Kenny Ortega

Festival Internazionale del Film di Roma 2008 - Anteprima

Evviva la Disney!
Finalmente si torna alla Realtà, dopo tanti film italiani che pretendono di piegare i turbamenti giovanili mostrando abusi di sesso e droga, torna la Disney, con quella che potremmo definire una delle opere più commerciali degli ultimi anni, e fa piazza pulita di qualsiasi cattivo pensiero."High School Musical 3", come i primi due film, è un vero concentrato di energia. Vita, sentimenti, azione, qualche turbamento, ma soprattutto tanta musica a ricordarci che in fondo ad ognuno di noi c'è qualcosa di meraviglioso pronto ad esplodere e a coinvolgere il Mondo intorno.

E' il momento di fare i conti con la propria vita e il proprio futuro. Alla High School Troy e Gabriella sono giunti al fatidico ultimo anno. Molte prospettive si aprono davanti ai loro occhi, ma di una cosa sono certi: reciteranno ancora insieme in quello che potrebbe essere l'ultimo musical della loro vita. Tra amori e turbamenti, cercheranno di trovare il modo di non perdersi, malgrado i trasferimenti e i dubbi sul futuro...

Magnifico esempio di come vanno trattati gli argomenti adolescenziali. "High School Musical 3", così come i suoi precedenti episodi, è uno spettacolo divertente ed emozionante che chiunque dovrebbe vedere almeno una volta, e questo a prescindere dall'età!
Ritmo e coreografie la fanno da padrone, con un soggetto che ruota intorno all'idea di "spettacolo nello spettacolo", e che riesce a rendere la pellicola leggermente più ambiziosa, dal punto di vista della messa in scena, delle precedenti. Non mancano neppure le citazioni "colte", riferite ai grandi coreografi e teatranti di Broodway, espresse dai protagonisti come nulla fosse. Fantastico: finalmente un pò di vera cultura.
Gli attori sono collaudati e malgrado il finale auto celebrativo, con tanto di motivetto che inneggia a "Vivi la tua vita come fosse un High School Musical", si lasciano apprezzare per voce e, soprattutto, doti di ballerini.
"High School Musical 3" è da vedere, sempre e a ripetizione. Basta con lo "snobismo" ad oltranza e ricominciamo a parlare di Cinema e al modo in cui i "messaggi" devono essere inviati allo spettatore per essere realmente compresi. Il Musical è una strada possibile, ma ce ne sono molte altre. Basta sceglierne una, e rimanere coerenti.

Post scriptum: E' in preparazione il quarto episodio...
Ancora, viva la Disney!

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/highschoolmusical3.htm

Life. Support. Music.

Anno: 2008
Regia: Eric Daniel Metzgar

Festival del film di Roma 2008 - Sezione Extra

La musica come mezzo per uscire da un brutto incidente, come salvezza intesa anche come ricordo della vita trascorsa. Il nuovo film-documentario di Eric Daniel Metzgar lascia sbalorditi.
Coinvolgente e tecnicamente ispirato. Un connubio perfetto di musica, immagine ed emozione.

Un musicista famoso nella scena newyorchese, Jason Crigler, durante un concerto, viene colpito da un’emorragia celebrale. La diagnosi è gravissima, se sopravvive all’intervento perderà quasi tutte le sue facoltà. I suoi famigliari si stringono a lui per opporsi con tutte le forze all’ingrata sentenza dei medici...

Storia vera, toccante, sorprendente e senza retoriche o facili moralismi. "Life. Support. Music.", con il punto tra una parola e l’altra come a far intendere i passi che il protagonista deve fare per tornare a vivere, è uno di quei film che raramente capita di vedere. Il regista Eric Daniel Metzgar, al suo secondo documentario, valica il confine tra verità e immaginazione, e lo fa utilizzando il mezzo Cinema. Un esperimento al limite del meta-cinema che, partendo dalle riprese effettuate in ospedale, segue tutto l’iter di riabilitazione; anche con crudezza, a tratti, ma senza lasciare mai che l'immagine diventi invasiva minando la grande dignità del protagonista e di tutta la sua famiglia.
Un film toccante, comunque, un esempio bellissimo e commovente di fare Cinema.

- La curiosità: Tra le varie star intervistate anche Nora Jones, che per salvare Jason si unì a un gruppo di musicisti per un concerto di beneficenza, incassando quasi 50000 dollari in una sola serata.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/lifesupportmusic.htm

Santa Mesa

Anno: 2008
Regia: Ron Morales

Festival Internazionale del Film di Roma - Alice nella città

Produzione americana e filippina per un film di formazione intelligente e ben diretto da Ron Morales.
Hector è un bambino di 12 anni che, a causa della morte della madre, comincia a frequentare un gruppo di giovani scapestrati. Per superare l’iniziazione alla banda, Hector è costretto ad entrare nella casa di un fotografo. Sara’ l’inizio di una bella amicizia.

Non originalissimo, questo "Santa Mesa", ma comunque efficace sia dal punto di vista registico, sia dal punto di vista della recitazione. Il giovane Jacob Shalov, nel ruolo di Hector, dimostra di possedere le carte in regole per il ruolo che deve ricoprire, e anche per proseguire nella difficile carriera di attore: tutto questo grazie ad una mimica facciale capace di trasmettere emozioni di smarrimento e sagacia.
La regia gioca con la fotografia, esattamente come fa il protagonista del film, e tramite quella cerca di andare al di là dell’immagine, cercando nuovi valori simbolici. Un tentativo riuscito a metà che si perde forse in un atteggiamento troppo scolastico e didascalico. I momenti migliori del film rimangono comunque quelli in cui il piccolo Hector rimane da solo con i suoi pensieri a scrutare silenziosamente gli animi vivaci dei suoi coetanei. Ispirato.
"Santa Mesa" è quindi una bella sorpresa, un film da vedere sia per grandi, che per i più piccoli che ha la capacità aggiunta di descrivere il rapporto tra la povertà e la cultura: per il regista, la prima impersonata da un bambino, la seconda dall’adulto.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/santamesa.htm

Un barriage contre le Pacifique

Anno: 2008
Regia: Rithy Pahn

Festival del Film di Roma - In concorso

Terzo film in concorso per il terzo Festival del Cinema di Roma. Al di là del numero tre, comunque, il film di Rithy Pahn, tratto dall’omonimo romanzo di Margherite Duras, non andrà, neppure nella classifica di gradimento: "Un Barrage contre le Pacifique", è si film poetico e intimista, ma gli manca quel "quid" in più, magari suggerito dal cast di attori, che lo avrebbe potuto portare a confrontarsi a testa alta con pellicole Hollywoodiane dello stesso genere. Invece così non è, e "Un Barrage contre le Pacifique" risulta soprattutto melenso.

Una madre scopre che la propria risaia è stata invasa dalle acque salate del Pacifico a causa del crollo di una diga di fortuna.
Quella contro gli esattori e lo stesso Oceano Pacifico, sarà una guerra che coinvolgerà anche la sua famiglia...

Margherite Duras metteva nel suo romanzo, ancora di origine autobiografica come altre sue opere, molti personaggi che si intrecciavano componendo un interessante affresco narrativo, sullo sfondo di una diga distrutta nel cuore della Cambogia. Il regista Rithy Panh si pone lo stesso obiettivo intimista, ma non riesce ad essere incisivo come le parole della Duras. Anche con una fotografia molto bella, caratterizzata da colori caldi e accesi, la sua regia non va molto oltre il melodramma didascalico. E’ il ritmo lento e un poco distaccato, inoltre a stancare facilmente lo spettatore.
Altra storia se si ha amato il romanzo. La location cambogiana descritta nel film non ha nulla da invidiare all’opera scritta e sensazione di alienazione e stupore rimane intatta così come la si conosceva nell’originale. Buona la sceneggiatura, quindi che risente positivamente del romanzo.
Un film interessante, quindi, ma riuscito a metà: rimanendo giustamente rispettoso dell’opera da cui trae ispirazione.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/unbarragecontrelepacifique.htm

lunedì 20 ottobre 2008

Vicky Cristina Barcellona

Anno: 2008
Regia: Woody Allen
Distribuzione: Medusa

Vicky e Cristina sono due ottime amiche con idee molto diverse sui valori della vita. Vicky sta per sposare l’uomo che ha sempre voluto; Cristina, invece, è in una fase di transizione e di instabilità sia in amore che sul lavoro. L’occasione di mettere a fuoco le reciproche priorità arriva una estate, quando possono trascorrere un paio di mesi a Barcellona. Lì, le ragazze conoscono Juan Antonio, un artista con alle spalle un matrimonio finito…

Quando Woody Allen torna a girare un film genera sempre pareri contrastanti. Accadde per il profondo “Match Point”, e si ripeté con il leggero “Scoop” e con l’ambiguo “Cassandra’s dream”. Anche in questo caso, con “Vicky Cristina Barcellona” Woody Allen presenta un film non semplice e caratterizzato da molteplici sfaccettature, sia visive che narrative.
Visivamente parlando Allen mette in mostra tutta la sua passione per la pittura, la scultura, la musica e l’Arte in generale, quasi a voler toccare ogni sua forma d’espressione. I personaggi si muovono tra le bellezze artistiche della Spagna, al ritmo delle malinconiche note di chitarre catalane, e assaporando i gusti della tavola spagnola. In questo scenario di “piaceri”, il regista parla dell’Amore: per la vita, in primo luogo, ma anche per l’innamoramento e la passione carnale.
Arte e amore, quindi, un dualismo che fa somigliare il film ad un affascinante e riuscito affresco bucolico, descritto da una voce narrante calda ma distaccata come l’occhio del regista.

Brave le attrici con una grande Penelope Cruz al suo meglio. La Johansson si lascia ammirare, come al solito, oltre che dal pubblico anche da un tenebroso e convincente Javier Bardem. I momenti in cui quest’ultimo duetta con la Cruz, rimangono comunque i più divertenti della pellicola.

Diego Altobelli (10/2008)

Wall - E

Anno: 2008
Regia: Andrew Stanton
Distribuzione: Walt Disney

Wall – E è un robot addetto al riciclaggio e allo smaltimento della spazzatura. Pur essendo l’unico sopravvissuto sul pianeta Terra, disabitata dopo che l’inquinamento atmosferico ha costretto la popolazione terrestre a emigrare su enormi città-astronavi vaganti nello Spazio, Wall – E ha comunque sviluppato una sua forma di coscienza. Ricorda gli avvenimenti recenti, cataloga e sceglie cosa buttare e cosa conservare della spazzatura che deve smaltire, e perfino ordina quest'ultima comprimendola a cubi, che poi sistema uno sopra all'altro creando suggestivi grattaceli di immondizia. Wall - E si crede solo, fino a quando sulla Terra non arriva un altro robot, dalle sembianze femminili, di nome Eve, che ha lo scopo di rintracciare sul suolo terrestre forme di vita. Questa viene rintracciata in una piantina, cresciuta miracolosamente su terreno arido. Eve deve quindi tornare sulla propria navicella a riferire dell'accaduto e Wall - E, come spinto da esentimenti d'amore, decide di seguirla. Sulla sua nave però, scoprirà che gli stessi robot hanno schiavizzato il genere umano, relegando i sopravvisuti a obesi nullafacenti...

Inutile dire che ci troviamo di fronte un altra opera complessa e assai "adulta" targata Pixar: questa volta però, l'aggettivo di "capolavoro" è solo sfiorato. L'assunto di partenza ha del poetico, un robot che smaltisce la "nostra" spazzatura è l'unico sopravvissuto sul pianeta Terra. La regia di Andrew Stanton, premio Oscar per "Alla ricerca di Nemo", decide di omaggiare la Fantascienza con trenta minuti iniziali che mozzano letteralmente il fiato. Il coraggio di mostrare nel quasi assoluto silenzio (interrotto solo da fonemi metallici di Wall-E) il futuro della Terra, lascia sconcertati e rapisce lo spettatore che non solo si affezziona al personaggio, ma prova per lui una gran pena e, quasi, vergogna.
Dalla prima parte, però, così "alta" per toni e regia - grandiosa a riguardo l'idea di mostrare Wall - E come ripreso da un satellite - si passa a una seconda parte più modesta, caratterizzata da idee e soluzioni tutto sommato già viste. Si tratta di una critica da prendere con le dovute distanze, però è innegabile la sensazione di già visto che si avverte nel momento in cui Wall - E sale a bordo dell'astronave di Eve.

Un film comunque incredibile, per suggestioni e atmosfere che riesce a trasmettere allo spettatore. Decisamente non adatto ai più piccoli, che probabilmente si annoieranno, e forse non il film migliore della Pixar, ma sicuramente uno dei più "umani" e poetici. Malgrado il protagonista non sia altro che un robot senza memoria.

Diego Altobelli (10/2008)

Quel che resta di mio marito

Anno: 2008
Regia: Christopher N. Rowley
Distribuzione: Teodora Film

Primo film americano distribuito dalla Teodora Film che inizia la stagione cinematografica 2008 – 2009 con una pellicola adulta, dal sapore amabilmente agrodolce. Le “divinità” Jessica Lange, Kathy Bathes e Joan Allen vengono dirette con mestiere dal regista esordiente Christopher N. Rowley in un “on the road” tutto al femminile.

Arvilla Holden, alla morte del marito, si ritrova di fronte un dilemma esistenziale: spargere per l’America le ceneri del marito, come lui stesso gli aveva chiesto, o cedere l’urna alla figliastra che la minaccia, nel caso di rifiuto della donna, di togliergli la casa. Arvilla decide di prendersi un periodo di riflessione in cui, con le amiche storiche Margene e Carol, compie un viaggio itinerante per gli Stati Uniti…

Partiamo dalle ovvietà: senza il cast che si ritrova, “Quel che resta di mio marito” sarebbe stato un film fin troppo fragile e senza alcun mordente. Come spesso accade in pellicole low-budget, è il pregevole cast la vera spina dorsale del film. Immense tutte e tre, anzi, tutte e quattro, se calcoliamo anche Christine Baranski (attrice versatile presente anche nell’ultimo “Mamma mia!”) nel ruolo di una figliastra troppo delusa dalla morte del padre per riuscire a razionalizzare il fatto.
Ecco quindi che sorprendentemente le quattro signore dimostrano, tra amori fugaci che diventano storie e botte di vita che si trasformano in vincite fortuite al Casinò, di avere molta più vitalità di tante ragazzine del Cinema contemporaneo di Hollywood.

Il viaggio come riscoperta di sé non è certo una novità: tanto meno al cinema, dove di on the road se ne sono visti di tutte le salse. Dal capolavoro “hippie” “Easy Rider” fino ad arrivare a “Crossroads”, quando la Spears aveva ancora una carriera felice davanti, e non alle spalle. In mezzo non possiamo non ricordare quel “Thelma e Luise” che fece scandalo e lanciò un giovanissimo Brad Pitt. “Quel che resta di mio marito” non si discosta da tutte le tematiche insite nel genere, ma tenta di differenziarsi anche grazie a qualche idea new-age efficace: come quella di spargere le ceneri in quattro regioni dell’America che richiamano visivamente i quattro elementi naturali terra, aria, acqua e fuoco. Al di là di questo il film non va, ma finisce per piacere e convincere comunque.
Forse anche perché riesce a evocare, in ultima istanza, l’immagine di un grido di vita - quello delle tre attrici - in una terra arida - il Cinema o l’America – ma ancora piena di prospettive diverse.

Diego Altobelli (10/2008)

Lezione Ventuno

Anno: 2008
Regia: Alessandro Baricco
Distribuzione: 01 Distribuzione

Anno 1824. La Lezione Ventuno è quella in cui il professor Killroy analizzava e smontava la celebre nona sinfonia di Beethoven. Malgrado il professore non vivesse di stima da parte dei suoi esimi colleghi, i suoi studenti, al contrario, hanno apprezzato e capito il senso di quella “lezione”, tramandandola attraverso appunti e la testimonianza di Martha, studentessa di rara sensibilità…

Dopo la parentesi “Seta”, che traeva spunto da un romanzo breve di Alessandro Baricco, ora è proprio lo scrittore a prendere in pugno la telecamera e a cimentarsi nel ruolo di regista con un soggetto difficile e caratterizzato da toni suggestivi quanto onirici. Quello della musica, del resto, è un argomento che nel Cinema ha avuto predecessori sia illustri – come l’ “Amadeus” di Milos Forman – ma anche esiti altalenanti come lo stesso “Io e Beethoven” di Agnieszka Holland (che della nona sinfonia faceva solo accenni), o il “Perduto Amor” diretto da Franco Battiato. A prescindere dai singoli esiti, comunque, tutte queste pellicole hanno dimostrato che il connubio musica e cinema è assai difficile da rendere sullo schermo. Ecco quindi motivate le perplessità sul primo film di Alessandro Baricco che intende analizzare niente meno che l’intima origine della Nona di Beethoven. Opera ambiziosa, quindi, ma da cui lo scrittore esce a testa alta sostituendo, non senza un pizzico di furbizia, i suoni musicali ai suoni della natura, donando alla pellicola una originale parvenza di sogno.
Per il suo film Baricco mostra un mondo irreale che attraverso la poesia, materia che il regista conosce bene, diventa reale e simbolo di un capolavoro, la Nona Sinfonia, non smontata dalla “Lezione Ventuno”, ma semmai legittimata dalla forza “fantastica” che la caratterizza.

Diego Altobelli (10/2008)

venerdì 10 ottobre 2008

No Problem

Anno: 2008
Regia: Vincenzo Salemme
Distribuzione: Medusa

Arturo Cremisi è l’attore protagonista di una fiction di successo dove interpreta il ruolo di un padre costretto a separarsi dal figlio Mirko. Un giorno, all’uscita dal set, Arturo viene fermato da un bambino, anch’egli di nome Mirko, che lo crede suo vero padre. Lo sfortunato attore si ritrova coinvolto in una girandola di equivoci…

Rapporti di vita famigliare nella nuova commedia di Vincenzo Salemme, “No problem”, tra la finzione della televisione, e la realtà della vita vera. Il risultato è una pellicola gradevole, con i cliché cui il regista ci ha abituati, ma dai toni meno frizzanti che in passato. Questa volta, infatti, i giochi di parole, gli scambi di persona, gli errori dialettali risultano non appaiono abbastanza efficaci. Colpa anche del soggetto, incentrato sul trauma di un bambino (la perdita del padre), troppo serio per poterci davvero riderci sopra.

Buona invece l’interpretazione del cast. Vincenzo Salemme dà il ritmo a tutto il film e gestisce le gag, rubando a volte la scena agli ai comprimari. Bravi ad affiancarlo sul set Sergio Rubini, nel ruolo di un “agente dello spettacolo” dislessico; e Giorgio Panariello, lo zio schizofrenico del piccolo Mirko. Il resto del cast non brilla, con l’unica eccezione di Oreste Lionello: grandissimo, anche se relegato al meschino ruolo di un padrone di casa senza scrupoli.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/

Disaster movie

Anno: 2008
Regia: Jason Friedberg, Aaron Seltzer
Distribuzione: Eagle Pictures

Tornano al cinema i registi Jason Friedberg e Aaron Seltzer nell’ennesima pellicola demenziale; questa volta ad essere presi di mira sono le pellicole cosiddette “catastrofiche”.

La notte prima di festeggiare i suoi sedici anni, Will sogna la cantante Amy Whinehouse rivelargli il giorno esatto della fine del Mondo: il 10 ottobre. Sconvolto, il giovane rivela la funesta profezia ai suoi amici più intimi, ma proprio tale rivelazione darà via a tutta una serie di eventi catastrofici…

Ennesima variazione sul tema parodistico. Il duo Friedberg e Seltzer regalano al proprio pubblico l’ennesima pellicola che da “Scary Movie” a “3ciento: Chi l’ha duro la vince” ha dimostrato di appartenere certamente a un genere redditizio. Esaurito il repertorio di gag demenziali con protagoniste le emule di Britney Spears e Paris Hilton, questa volta i registi se la prendono specialmente con le dive Amy Whinehouse e Jessica Simpson, entrambe “celebrate” per le loro dubbie capacità canore e i disdicevoli atteggiamenti in pubblico. Dalle prese in giro di “star” e “starlette” televisive poi “Disaster Movie” si concentra, come i suoi predecessori, sul ridicolizzare (sempre del tutto gratuitamente) le pellicole uscite nell’ultimo anno. Si passa dal repertorio a sfondo fumettistico, con gli sketch incentrati su improbabili Bat-Man e Iron-Man, fino ai già ridicolizzati “Narnia” e “Step-Up”. Nel trita carne dei registi californiani nessuno si salva: cade vittima persino il film dei fratelli Cohen “Non è un Paese per vecchi” - premio Oscar 2007 -, nella parodia del personaggio interpretato, nell’originale, da Javier Bardem, che qui viene ucciso poco dopo i titoli di testo.

Nulla di nuovo, quindi, ma semplicemente il solito film senza né capo né coda cui già, purtroppo, il pubblico è abituato. Questa volta però neppure le curve della solita Carmen Electra e della new entry Kim Kardashian riescono a sollevare il morale dello spettatore: sempre più scoraggiato da tutta questa glorificazione del nulla cinematografico.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/

martedì 7 ottobre 2008

Miracolo a Sant'Anna

Anno: 2008
Regia: Spike Lee
Distribuzione: 01 Distribution

Non ce ne vorrà Spike Lee, regista di autentici capolavori come la "25 ora", "Lei mi odia" e "Fa la cosa giusta", ma la sua nuova impresa cinematografica proprio non funziona. Tratto dall’omonimo best seller di James McBride, "Miracolo a Sant’Anna" racconta, romanzandoli, i fatti relativi alla strage avvenuta nel 1944 nella località toscana di Sant’Anna di Stazzema.

A causa di una errata infiltrazione in zona crucca, quattro soldati americani, unici sopravvissuti della 92ª divisione, si ritrovano rifugiati in un paesino della Toscana. Asserragliati tra le montagne, i quattro militari stringono amicizia prima con gli abitanti del posto, e poi con un gruppo di partigiani tra le cui fila si nasconde un traditore...

Confusione di idee. E’ questo il resoconto che si fa alla fine della proiezione di "Miracolo a Sant’Anna". Spike Lee propone la rilettura, già assai complessa nel romanzo, di un fatto di cui sembra conoscere ben poco.Sarebbe stato bello poter gioire con i soldati americani della liberazione del nostro popolo. Purtroppo, non è questo il film.
Sarebbe stato avvincente seguire da vicino il rapporto di amicizia tra un gigante buono (interpretato ottimamente da Omar Benson Miller) e un bambino toscano (il piccolo e sensibile Matteo Sciabordi) scioccato dalla morte del fratellino. Purtroppo, non è questo il caso.
E ancora ci avrebbe convinto seguire la storia d’amore tra un americano di colore e una giovane donna toscana, o il riscatto e la morte eroica di un nostro partigiano. Purtroppo, Spike Lee non ci racconta veramente nessuna di queste cose.

Il regista americano, infatti, pecca su più fronti commettendo degli errori francamente imperdonabili per uno del suo calibro.
Innanzitutto non approfondisce nessuno dei temi sopra elencati, limitandosi a "presentarli" con scene e sequenze interminabili (per un totale di due ore e venti di film) che troppo odorano di autocompiacimento. In secondo luogo non riesce, complice una sceneggiatura che soffre della paura di un confronto col romanzo, ad amalgamare nessuna situazione, distribuendo una serie lunghissima di luoghi comuni e cliché. Infine, e questo è il peccato più grave, Spike Lee infarcisce il tutto con una melensa e gratuita metafora antirazzista che poco c’entra con i temi trattati. Il paradosso cui si giunge è che la famosa scena della strage avvenuta da parte dei nazisti, e che darebbe il titolo alla pellicola, passa totalmente in secondo piano rispetto a tutto il resto. Perfino rispetto all’improbabile e gratuita scena di sesso tra un militare e la sensuale Valentina Cervi.
Che film è, dunque? E’, senza mezzi termini, il tentativo da parte di un regista di utilizzare un episodio che appartiene alla nostra (ripeto, nostra) storia per parlare del rapporto di amicizia tra soldati americani di colore (ci tiene tanto, Spike Lee, a sottolinearlo!) e la popolazione straniera che devono liberare.
Sbagliando il modo, Spike Lee non convince nessuno e anzi finisce per indispettire.

Infine, nell’ansia di dover proporre i propri attori, spesso con scene inadeguate al contesto e che trascendono i motivi della messa in scena, Lee relega a ruolo di contorno un grandissimo Pierfrancesco Favino che, non per essere di parte, risulta il miglior attore sullo schermo. Per la cronaca nel film compaiono anche John Turturro e Luigi Lo Cascio... inutile dire che Spike Lee sacrifica anche loro.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/miracleatstanna.htm

Zohan

Anno: 2008
Regia: Denis Dugan
Distribuzione: Sony Pictures

Zohan, dopo aver combattuto per anni in qualità di agente del Mossad, riesce a realizzare la sua più grande aspirazione: diventare parrucchiere negli Stati Uniti. Infatti, creduto morto dai suoi commilitoni, Zohan ne approfitta per cominciare una nuova vita, ma si sa: la verità non si può nascondere a lungo…

Adam Sandler torna nel ruolo che gli è più congeniale, quello del comico. E lo fa con una energia e un’irriverenza che non si vedevano dal Saturday Night Live, programma notturno che lo ha visto formarsi come attore. Caratterizzato da una verve decisamente fuori dagli schemi, anche in questo caso Sandler divide il pubblico, dando vita a una commedia grottesca caratterizzata sia da continui doppi sensi, sia da numerose critiche politiche. Una sceneggiatura irriverente, diretta da Judd Apatow autore di “40 anni vergine”, si dipana tra gag a sfondo sessuale e numerosi “camei” di personaggi provenienti dal mondo dello spettacolo: da Maria Carey a John McEnroe, fino a Henry Winkler, il Fonzie di “Happy days”.
I momenti più divertenti, comunque, rimangono i duetti che vedono l’attore americano scontrarsi, verbalmente e non, con John Turturro nel ruolo di un improbabile terrorista di nome Phantom. Entrambi irresistibili e “cattivissimi” fino al demenziale finale a sorpresa.

Diego Altobelli (10/2008)

lunedì 6 ottobre 2008

La Mummia - La tomba dell'Imperatore Dragone

Anno: 2008
Regia: Rob Cohen
Distribuzione: UIP

Quella de “La Mummia” è certamente una delle saghe cinematografiche di maggior successo degli ultimi anni. Essa ha al suo attivo due lungometraggi, il cui originale fu il remake di quello con Boris Karloff del 1932; uno spin-off (“Il Re Scorpione” interpretato da The Rock), prequel della saga; e ora questa pellicola diretta da Rob Cohen (“Fast and Furious” e “xXx”).

Nell'antichità l’Imperatore Han aveva cercato di raggiungere l’immortalità con un sortilegio. Ingannato dalla propria sposa Han si ritrovò trasformato, insieme a tutto il suo esercito, in una statua di terracotta. Sul finire della seconda Guerra Mondiale, lo studioso e archeologo Rick O’Connell, insieme a sua moglie e al figlio, è coinvolto suo malgrado nella cerimonia di riesumazione della mummia. Spetterà al trio di avventurieri fermare il mostro dalla rivalsa sul Mondo…

Più simile a un “Tomb Raider”, che a un “Indiana Jones”, “La Mummia III – La tomba dell’Imperatore Dragone” è un pasticcio fantasy poco digeribile e girato con un certo pressapocchismo. Pur apprezzando il ritmo, sempre incalzante, e l’idea generale, con un gusto retrò proprio delle storie d’avventura, non si può non storcere il naso d’innanzi all’incredibile quantità di idee buttate via.
Mentre nei primi tre film della serie si apprezzavano le tinte dichiaratamente adolescenziali, qui il tutto si fa più marcatamente pretestuoso. Si va dallo Shangi-La, all’esercito di terra cotta, agli abominevoli uomini delle nevi fino ad arrivare ai draghi, senza riuscire a collegare degnamente l’una cosa all’altra.
Neppure la recitazione spicca, presentando anche una “new entry”, Evelyn, interpretata precedentemente da Rachel Weisz (premio Oscar per The Constant Gardener) e ora sostituita da Maria Bello: quest’ultima regge il gioco ma non convince, adeguandosi così al resto del film.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1939

Sfida senza regole - Righteous Kill

Anno: 2008
Regia: Jon Avnet
Distribuzione: 01 Distribution

Sono trascorsi ben tredici anni da quando Michael Mann portò i due maestri Robert De Niro e Al Pacino a scontrarsi sul grande schermo in "Heat – La sfida". Oggi è Jon Avnet, il famoso regista di "Pomodori verdi fritti" a dirigerli insieme per la terza volta in ordine cronologico: la prima infatti spetta al grande Francis Ford Coppola nel 1974 con il “Padrino, Parte II”.
Almeno nelle intenzioni il film di Avnet accontenta tutti: Robert De Niro e Al Pacino si ritrovano fianco a fianco, nei panni rispettivamente dei pluridecorati detective Turk e detective Rooster, per indagare sulla morte di alcuni criminali. Tra i decessi nessun collegamento a parte una breve poesia in rima lasciata sul luogo del delitto...

Alla domanda come mai ci hanno impiegato tredici anni per tornare a recitare insieme sul grande schermo, la risposta laconica del grande Al Pacino lascia un poco perplessi: "...Non avevamo trovato buoni soggetti..." Lascia perplessi in quanto la stessa cosa, purtroppo, si può dire del film diretto con piglio metropolitano da Jon Avnet. La storia fatica a decollare e in alcuni punti, soprattutto nella parte centrale, si ha la sensazione di girare a vuoto per il flusso narrativo alla ricerca del vero cuore della trama. Questo si raggiunge, ma alla fine e con un colpo di scena parecchio prevedibile. Insomma una specie di occasione persa, almeno dal punto di vista del soggetto ad opera di Russell Gewirtz, lo stesso del buon trhiller "Inside Man".
Dal punto di vista registico, inoltre, è praticamente impossibile non fare un confronto con il film di Mann del 1995, e anche sotto questo aspetto il film di Avnet esce sconfitto. Mann aveva dato un tono e un’atmosfera decisamente più adulte a tutto il progetto; e anche le uniche due scene in cui i due divi comparivano faccia a faccia risultano, a conti fatti, più incisive rispetto a tutto "Sfida senza regole".
In buona sostanza è solo la presenza dei due colossi del cinema a salvare, anche se in corner, la pellicola di Avnet. De Niro domina per tutto il film, adombrando la scena a Pacino, che risponde, esplodendo, nelle battute finali. Uno scontro recitativo che finisce, ancora una volta, in parità.

"Sfida senza regole" è insomma un thriller abbastanza scontato la cui visione sul grande schermo viene legittimata solo dalla presenza dei due mostri sacri. Senza i quali la pellicola di Avnet sarebbe stata relegata unicamente all’home video.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://filmup.leonardo.it/righteouskill.htm

Mamma mia!

Anno: 2008
Regia: Phyllida Lloyd
Distribuzione: UIP

Giunge nelle sale “Mamma mia!”, musical con i brani di un gruppo storico degli anni settanta: gli svedesi Abba. Il film è una commedia musicale, tratta da un hit teatrale di Broadway, diretta da Phyllida Lloyd.

Sophie sta per sposarsi e l’unico desiderio che ha è quello di avere come testimone di nozze suo padre. Peccato che Sophie non l’ha mai visto e non sappia chi sia, fino a quando un giorno trafuga dall’armadio un vecchio diario appartenente alla madre, Donna. In quelle pagine Sophie scopre che sua madre nel periodo di concepimento stava frequentando tre uomini: Harry, Sam e Bill. La ragazza decide di invitarli tutti e tre pensando che sarà il cuore a suggerirle chi di loro è il suo vero padre…

Sophie, ovvero Sofia, dal greco “conoscenza”. A questo si limita la complessità narrativa di “Mamma mia!”, musical frizzante e leggerissimo che, sorretto esclusivamente dalla presenza della divinità Meryl Streep, decanta la musica degli Abba fino all’esaurimento di tutto il repertorio. Si va dagli inizi di Ring Ring, con i singoli Disillusion e I’m just a girl; fino agli Abba di Mamma mia! e SOS: insomma, un puro concentrato di energia e ottimismo.Purtroppo, malgrado il piacere nel riascoltare le note celebri del gruppo, tanta entusiastica leggerezza rappresentata dall’unione di musica e immagini finisce per stufare presto. Infatti, l’ottimo comparto musicale (e non potrebbe essere altrimenti), non viene sostenuto da nessun aspetto filmico positivo. Troppo debole e pretestuosa la trama, ad esempio, per risultare coinvolgente; mentre i pochi momenti recitati risultano anch’essi fiacchi e tirati via in attesa del successivo brano.

Ma a ben vedere non è né la trama né l’intreccio dei personaggi il vero punto debole della pellicola, quanto la palese incapacità della regista e del coreografo di amalgamare correttamente musica e immagini. I balletti appaiono da subito approssimativi e improvvisati laddove le canzoni si susseguono senza soluzione di continuità.Insomma, tolta la grande Meryl Streep, la cui bravura viene nuovamente confermata in questa inusuale veste, a “Mamma mia!” rimane ben poco. Si respira sì, un generale senso di entusiasmo, cui però è venuto a mancare il metodo.

Diego Altobelli (10/2008)
estratto da http://www.tempimoderni.com/db/dbfilm/film.php?id=1943

Riflessi di paura

Anno: 2008
Regia: Alexandre Aja
Distribuzione: 20th Century Fox

Ben Carson è un agente di polizia sospeso dal servizio per aver ucciso un collega sottocopertura. Logorato dai sensi di colpa e in attesa di risalire la china, Ben accetta di lavorare di notte come guardiano in un vecchio museo, il Mayflower, finito in fiamme un anno prima e che ha visto la morte di centinaia di persone. Girando per il sinistro edificio, Ben si rende conto che gli specchi del Mayflower riflettono le immagini di persone carbonizzate. L’instabile agente si ritrova così coinvolto in una maledizione le cui origini devono ricercarsi in un antico caso di psichiatria…

Tratto da “Geoul sokeuro”, pellicola del 2003 diretta dall’esordiente Sung-Ho Kim, il nuovo thriller di Alexandre Aja (autore dell’ottimo “Alta tensione” e del buon remake de “Le colline hanno gli occhi”) è un prodotto riuscito a metà. La buona regia, che dimostra di saper tenere i tempi del genere, si schianta clamorosamente su una sceneggiatura approssimativa e caricaturale che finisce per regalare allo spettatore involontarie scene comiche come il momento che l’attore Sutherland piange davanti allo specchio chiedendogli pietà (al limite del “trash”); o lo scambio di battute tra il protagonista e l’ex-moglie che proprio di credere a uno specchio assassino non ne vuole sapere; o infine il momento in cui lo stesso protagonista convince una monaca di clausura a seguirlo sul luogo del delitto puntandogli contro una pistola. Grottesco.
Alexandre Aja esprime, ancora una volta, grande capacità a mostrare lo splatter. Belle, in tal senso, le scene di morte: macabre e scioccanti al punto giusto.
Siamo alle solite, insomma: di idee interessanti ce ne erano, forse anche più che in passato, ma pare che il regista francese non sia riuscito a gestire la “consueta” macchina produttiva statunitense che, tra “riflessi” e storie di malattie mentali, annega i buoni momenti visivi in un confusionario splatter movie, come già è successo per altre pellicole tratte da horror orientali.
Bello il finale invece, a sorpresa.

Diego Altobelli (10/2008)